L’inesistente Potere Disinteressato

Di Kevin Carson. Originale: There is No Disinterested Authority, del 25 ottobre 2011. Traduzione di Enrico Sanna.

Qualche tempo fa, discutendo con una persona, l’ho sentito che proponeva “un sistema politico composto da tecnici e non da politici di carriera”. I corpi legislativi, ha suggerito, potrebbero essere divisi equamente tra tecnici e eletti.

Il problema è che non esistono tecnici neutri o disinteressati. Come è possibile che una certa cultura professionale non rappresenti una determinata mentalità istituzionale? Le culture professionali sono sempre schierate a difesa del paradigma dominante, nota Thomas Kuhn in The Structure of Scientific Revolutions.

I tecnici non sono meno soggetti di altri ad influenze inconsce date dalla contingenza e dalla logica del potere. Chiunque abbia visto l’organizzazione di un dipartimento accademico può confermarlo. Quando ero studente universitario in facoltà non c’era porta in cui non ci fosse una vignetta che prendeva in giro l’irrazionalità dei politicanti. Ma poi si facevano le guerre intestine per un ufficetto.

Il progressivismo dei primi del Novecento era un’ideologia promossa da tecnici e professionisti che pensavano che per risolvere ogni cosa bastasse sostituire i “politici” con esperti. Alla fine dell’Ottocento, gigantesche aziende, istituzioni centralizzate statali, università e fondazioni benefiche rivoluzionarono la società. Il progressivismo era l’ideologia di una nuova categoria di professionisti impiegatizi che guidava quelle istituzioni gigantesche.

I primi dirigenti aziendali venivano dall’industria tecnica; per loro, gestire una grossa istituzione era come gestire un processo produttivo in fabbrica: si trattava di un sistema da razionalizzare. Il primo passo logico, pensavano, era gestire la società come se fosse un’industria.

Il problema è che per un tecnico il concetto di “efficienza” riflette molti presupposti inconsci che derivano dal suo passato istituzionale. Le sue soluzioni più razionali e efficienti sono, piuttosto singolarmente, “riforme” che possono essere attuate da persone come lui che agiscono nello stesso quadro istituzionale. Una ragione per cui la nostra società è sempre più complessa, centralizzata, istituzionalizzata e dipendente dal predominio dei professionisti è perché questi “tecnici qualificati” vedono nella crescita dell’istituzionalizzazione e del potere piramidale (sotto il controllo di tecnici come loro) la soluzione universale.

C’è un detto, forse di Bucky Fuller, che dice che una società non può risolvere certi problemi con la stessa mentalità che li ha prodotti. C. Wright Mills definisce questa tendenza “realismo assurdo”. Chi ha che fare con grosse istituzioni centralizzate e piramidali governate secondo “principi razionalistici” weberiani/tayloristi, diventa come chi, armato di un grosso martello, vede in ogni problema un chiodo.

E quando la politica è fatta da persone che operano sulla base dell’assunto incontestato (perché non gli è mai passato per la mente che potesse essere contestabile) che le grandi burocrazie amministrate da manager ed esperti professionisti sono il modo migliore per organizzare le cose, non sorprende che la società sia sempre più dominata da un tale quadro istituzionale.

Data la natura delle cose, in una qualunque società chi ha le leve del potere può fare riforme “moderate” o “accettabili” solo entro i limiti della reale struttura del potere, al massimo ritoccando leggermente le istituzioni. In una tecnocrazia non accadrebbe diversamente.

E poi chi stabilisce chi è tecnico? I politici che dovrebbero nominare il 50 percento dei tecnici da mettere al loro fianco? O sono gli stessi tecnici che promuovono i loro successori, come nel politburo sovietico?

Un esempio: Sento spesso apologeti dell’agroindustria o del dipartimento dell’agricoltura dire che Norman Borlaug, presunta autorità sull’inutilità dell’agricoltura biologica, ha salvato milioni di persone dalla fame. Ma poi esperti di orticolture intensive come John Jeavons dimostrano che tutto quello che Borlaugh pensava di sapere in fatto di agricoltura biologica è sbagliato. Ma allora qual è il “tecnico” a cui affidare la politica agricola?

Come notava James C. Scott ne Lo sguardo dello stato, le ideologie moderniste come il “professionalismo” sono tendenzialmente autoritarie in materia di ingegneria sociale. Con un politicante si può ancora parlare sulla base dell’interesse personale. Ma che dialogo c’è con un “tecnico disinteressato” convinto di sapere cosa è meglio per te?

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