Perché non Rispolverare una Vecchia Idea?

Di Kevin Carson. Originale: Time for an Old Idea to Come Around Again? del 18 dicembre 2025. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

Radical Technology e Neighborhood Power

Jesse Walker su Reason (“The Anarchist and the Republican,” 13 aprile) ricorda come negli anni Settanta un vecchio autore di discorsi di Barry Goldwater (Karl Hess) e un suo omologo repubblicano (John McClaughry) che scriveva per Nixon e poi per Reagan potevano convergere su valori come autogestione operaia, autonomia operaia e autogestione locale.

A leggerlo mi viene la nostalgia per quegli anni Settanta, un’epoca in cui il capitalismo modello New Deal diventava insostenibile e elementi  di destra e di sinistra cominciavano a guardare a politiche di decentramento o di potere operaio esplorando sistemi democratici alternativi al capitalismo privato o di stato.

A quell’epoca lo Zeitgeist era rappresentato dai gruppi inglesi Community Technology (Hess), Neighborhood Power (Hess e David Morris) e Radical Technology, che elaboravano le teorie di Murray Bookchin e Colin Ward in fatto di tecnologia. La People Bicentennial Commission (Commissione popolare per il centenario), in Common Sense II, proponeva la democrazia diretta a livello locale e la gestione operaia dell’industria; qualcosa di simile lo proponeva anche Harry Boyte in The Backyard Revolution. La sinistra laburista pensava all’autogestione operaia decentrata quarant’anni prima di Corbyn. Il decentramento di ogni cosa era l’argomento di Human Scale, l’opus magnum di Kirkpatrick Sale. Qualche eco lo ritroviamo anche in Carter.

Molte di queste correnti erano un tentativo di aggiustare il capitalismo del New Deal, o postbellico, non semplicemente abrogandolo o tornando allo status quo ante, ma superandolo.

Il sistema postbellico cercava di accrescere il potere d’acquisto dei lavoratori per ovviare al tendenziale inutilizzo della capacità. Si poté farlo fintanto che Stati Uniti e altre potenze industriali erano impegnate nella ricostruzione della capacità produttiva distrutta dalla guerra. Quando la ricostruzione in Europa occidentale e nell’area del Pacifico finì, verso il 1970, si riaffacciò la sovrapproduzione. E il potere contrattuale dei lavoratori sindacalizzati cominciò a pesare intollerabilmente sui margini di profitto.

Le correnti decentraliste citate prima puntavano al superamento delle crisi di accumulazione e realizzazione, cosa che intendevano fare andando oltre l’imperativo dell’accumulazione e del profitto, verso un modello basato soprattutto sulla produzione di valore d’uso per i lavoratori così da mantenere attive l’industria e le comunità che dall’industria dipendevano. Il problema dei costi crescenti e dei capitali inutilizzati che affliggeva il capitalismo degli anni Settanta poteva essere ridimensionato ricorrendo a tecnologie produttive più decentrate e a bassa intensità di capitale (come la produzione di piccola scala con macchine a controllo numerico sperimentata per la prima volta in Emilia Romagna e che ha ispirato diversi gruppi alternativi e la sinistra laburista in Gran Bretagna), e spostando il reddito dal risparmio al salario.

Purtroppo a quel tempo i maggiori think tank e le lobby del capitale privato stavano elaborando un loro programma che prevedeva il superamento del modello New Deal con uno basato sulla delocalizzazione e finanziarizzazione, indebolendo così l’influenza popolare sullo stato e colpendo il potere dei lavoratori.

Alla fine fu questo programma che fu messo in pratica, mentre il populismo decentralista degli anni Settanta veniva cooptato dai finti populismi della Nuova Destra: Jarvis, Thatcher, Reagan, Falwell e Viguerie. In un’email privata, Jesse Walker mi confessava il suo rammarico per aver cancellato, per ragioni di spazio, un passo in cui citava un articolo pubblicato da McClaughry nel 1983 su Human Events

che approvava il populismo decentralista, ma allo stesso tempo avvertiva che il populismo poteva essere strumentalizzato “contro le minoranze razziali e gli immigrati”, o “poteva indurre a reagire impulsivamente alle pratiche commerciali sleali di altri paesi… innalzando barriere commerciali”, o ancora poteva portare “al culto dell’uomo forte, del Grande Leader che sistema ogni cosa”.

(Walker tra l’altro aveva qualche dubbio riguardo l’espressione “finti populismi”: certi populismi godevano di un certo sostegno popolare genuino. Credo però di dover aggiungere che, senza l’influenza del denaro aziendale, il sentire popolare sarebbe andato in un’altra direzione.)

Il sistema postbellico fallì inevitabilmente perché fin dall’inizio era insostenibile. Il capitalismo del New Deal poteva garantire profitti accettabili e alti salari solo durante la ricostruzione degli impianti distrutti dalla guerra. Ma già allora c’erano spese improduttive, come il complesso militar-industriale e l’urbanizzazione selvaggia basata sull’auto, pur di non portare i salari a livelli politicamente inaccettabili (per il capitale). Una volta ripristinata la capacità produttiva a livelli prebellici, i vecchi fantasmi, sovraccumulazione e sottoconsumo, si ripresentarono.

La socialdemocrazia del governo laburista di Atlee era insostenibile per le stesse ragioni. E politicamente era vulnerabile a causa dello schema istituzionale adottato: gestione capitalista tradizionale dell’industria nazionalizzata voluta da Herbert Morrison, e una forma di edilizia popolare in cui i residenti erano semplici affittuari che dipendevano dalle autorità locali. È il possesso che garantisce nove decimi non solo della legge ma anche del potere. In un mondo “socialdemocratico”, in cui il lavoratore era diretto da superiori come in un’impresa capitalista, in un mondo in cui gli inquilini degli appartamenti popolari non avevano più controllo sulle loro abitazioni degli affittuari di un condominio privato, il possesso non si tramutava in potere. Ecco quindi che con l’arrivo di un nuovo comandante come la Thatcher fu relativamente facile “privatizzare” industrie e case, così che lavoratori e inquilini si ritrovarono nelle stesse condizioni delle loro controparti capitaliste.

Quarant’anni dopo, appare chiaro come il nuovo modello sia insostenibile tanto quanto il precedente del New Deal. L’implosione dei costi e la smaterializzazione della tecnologia superano la capacità della finanziarizzazione e delle bolle di assorbire il capitale in eccesso, e la crescita drammatica di profitti e disuguaglianze non fa che inasprire il problema. L’attività economica più proficua è la rendita data dalla proprietà intellettuale e il controllo finanziario, mentre la produzione fisica è relegata ad appaltatori a basso salario. Siamo arrivati al punto che la massa enorme di capitale redditiero nelle mani dell’uno percento più ricco non solo non fa investimenti produttivi e non produce posti di lavoro, come vorrebbero i dogmi dei libertari di destra, ma ha reso ancora più proficui dismissioni e enshittification.

Ancora una volta, con il fallimento della finanziarizzazione e della globalizzazione, americani e altri si lasciano tentare dal populismo di destra, che è l’opposto di ciò che McClaughry invocava col suo articolo su Human Events, “enfatizzando l’importanza della personalità, della dignità, dell’onore e della ricchezza di spirito nella vita pubblica.” Come la Nuova Destra di allora, anche il MAGA è un falso populismo che sfrutta l’autoritarismo e l’odio tribale contro gli emarginati per impedirci di vedere quelle soluzioni che offrono quella vera padronanza della propria vita che viene dalla solidarietà e dalla collaborazione.

Il vecchio modello, fatto di decentramento industriale e rilocalizzazione, autonomia operaia, autogestione e democrazia locale diretta, sembra oggi più importante che mai. Sarebbe il caso di rispolverare le vecchie copie di Radical Technology e Neighborhood Power.

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