Recensione a cura di Kevin Carson. Originale: A Half-Built Garden, by Ruthanna Emrys (Tor 2022), del 29 luglio 2026. Traduzione italiana di Enrico Sanna.
A Half-Built Garden è una storia di contatto alieno ben congegnata, dalla trama avvincente, cose che da sole fanno una piacevole lettura. Come forse saprà chi ha già letto altre mie recensioni, quando recensisco storie di fantascienza ambientate in un futuro prossimo utopico, libero e postcapitalista, il mio interesse riguarda anche come questo mondo è strutturato. Un peccatuccio che condivido con Auden che scrive ispirandosi alla bibbia.
Siamo negli anni 2080, dopo l’Età delle Turbolenze di metà secolo, e il mondo emerge dalle rovine del capitalismo per creare una nuova, tollerabile società.
La principale istituzione di governo è la watershed network, una federazione di istituzioni locali autogestite grossomodo corrispondenti alle bioregioni, comprendente gran parte della popolazione e delle risorse mondiali. L’equilibrio di potere è il risultato di una rivoluzione perlopiù nonviolenta iniziata una o due generazioni prima e finita verso il 2050: una serie di boicottaggi, sabotaggi e altre azioni dirette spingono le aziende economiche a rinchiudersi in enclave in alto mare. La vicenda è narrata attraverso gli occhi di un abitante della Chesapeake Watershed, che ricorda quando i suoi genitori “mettevano i primi sensori vietati nel fiume Potomac e barricavano le fabbriche per imporre la volontà collettiva della nascente rivoluzione dandelion.”
Le aziende sono perlopiù “padroni miliardari e dipendenti servi ammassati dietro il filo spinato nelle loro isole artificiali.” Tranne “qualche convertito e visitatore”, gli abitanti sono “i discendenti delle persone arrivate con il loro fondatore: dipendenti e sodali che preferivano scappare dall’apocalisse piuttosto che unirsi in comunità e evitarla.”
Le enclave aziendali sono circondate da “filo spinato” evidentemente imposto dalle watershed durante la rivoluzione. “Finalmente abbiamo vietato le aziende. Mio padre e altri, che hanno dato vita alla prima rete del cambiamento, hanno operato per fermarle.” La rivoluzione “limita la produzione di CO2 per contenere il riscaldamento climatico bloccando i trasporti quando si supera il limite.” Le aziende, “refrattarie al cambiamento, … finiscono per barricarsi dietro il filo spinato in alcune isole artificiali…”
Esiliate nelle isole, gran parte delle aziende, che “già da tempo hanno perso ogni parvenza di legalità”, rifiuta qualunque riconoscimento ufficiale dalle watershed. Inviano osservatori ai dialoghi sulla CO2, obbediscono tacitamente alle limitazioni dell’anidride e di altri inquinanti che le watershed, attori principali, impongono loro, e imbrogliano pensando di poter sfuggire ai controlli. Data la loro relativa debolezza, sono costrette a chiedere il permesso delle watershed consorziate quando l’impatto delle loro attività supera i confini.
Gran parte delle funzioni economiche delle società, tolte alcune zone che hanno ancora il monopolio del know-how, sono state rilevate dalle watershed. Comprese certe istituzioni industriali risalenti al periodo precedente, come il “MIT e l’Associazione di costruttori panasiatica” che sono “collegati alle reti dandelion”.
Le relazioni tra watershed e aziende sono generalmente da guerra fredda.
“Compriamo ancora da loro, saltuariamente… Cose che ci servono e che ancora non siamo riusciti a riprodurre con l’ingegneria a ritroso, oppure pratichiamo qualche scambio nella speranza di indurli a unirsi a noi. Quando succede, lasciamo che visitino le watershed, purché promettano di comportarsi bene.”
Nel loro rapporto con le aziende, il compito principale delle watershed è la gestione del declino: cercano di rilevarne le funzioni indispensabili rimanenti e mantenere i contatti così da indurle a cambiare la propria cultura, prevenendo ogni azione disperata di retroguardia che farebbe molte vittime.
Non scompariranno presto; dobbiamo continuare a parlare con loro o non cambieranno mai abbastanza da unirsi a noi…
“Abbiamo ancora bisogno di loro. Quando avevano il potere per poco non distruggevano il pianeta; ma fabbricano ancora delle parti importanti per la nostra infrastruttura. Loro pensano di aver bisogno di noi perché senza quelle esportazioni perderebbero la ragione d’esistere. In realtà, questo legame esile è la loro ultima possibilità. Ogni contatto serve a ricordare loro che c’è un’altra strada. Ogni contratto freelance è una finestra aperta. Quando avremo rilevato l’ultima loro attività, scomparirà la loro ultima opportunità di cambiare, e forse dovremo fare un’altra rivoluzione. Io preferisco che facciano la strada con noi.”
Gli stati nazionali esistono ancora, ma hanno perso molto potere a causa della rivoluzione e dell’esaurimento fiscale e materiale. Anche se gran parte della produzione, distribuzione e gestione è nelle mani delle watershed, gli stati nazionali continuano a reclamare la sovranità territoriale sulle stesse watershed e i loro abitanti (che occupano, apparentemente, gran parte della superficie terrestre). Gli stati, perlopiù inermi(ad un certo punto vengono definiti “stati fossilizzati”), svolgono gran parte delle loro funzioni tramite le watershed (le quali offrono in cambio un riconoscimento minimo agli stati), così come il tardo Impero romano d’occidente faceva con le autorità germaniche.
Rispondendo ad un extraterrestre in visita che chiede “Che relazioni ci sono con la watershed della Chesapeake Bay?”, un rappresentante della NASA dice: “È tecnicamente territorio statunitense: un parco nazionale.”
Internamente, la watershed funziona come una sorta di democrazia diretta ibrida gestita tramite una rete digitale, con consenso e adhocrazia paritaria del tipo descritto da Cory Doctorow in Down and Out in the Magic Kingdom e Walkaway.
La rete di comunicazioni dandelion è stata interamente progettata durante i blackout di metà secolo, con un’architettura che incentiva lo stile comunicativo.
La rete dandelion nasce sulla scia dell’epidemia di malware e disinformazione, prima come sistema per mantenere il contatto preservando i dati e poi come sistema per recuperare e ridefinire quei dati usandoli come strumenti di giustizia e sopravvivenza.
La Chesapeake Watershed Network, ad esempio, organizza una squadra di contatto con l’astronave aliena nel proprio territorio, formata da biologi o persone che hanno esperienze negoziali con altre reti, aziende o stati, scelti col voto.
Più in generale, le questioni politiche e gestionali sono affrontate stigmergicamente o tramite wiki da membri che espongono problemi o propongono soluzioni alla rete, a cui fa seguito un dibattito e il voto. “Algoritmi di valutazione e aggregazione” di rete coordinano le decisioni “connettendo tra loro e scegliendo costantemente idee chiave, e facendo un elenco di possibili approcci per poi valutare l’efficacia delle risposte.”
L’interazione tra la piattaforma comunicativa dandelion, i singoli soci e le economie locali ricordano Acquis, nel romanzo The Caryatids di Bruce Sterling, e D-Space, in Freedom di Daniel Suárez. Il personaggio narrante descrive così l’interfaccia della rete:
Mi alzai, presi la rete dal supporto e rimisi la smartmail in testa finché l’intera rete non cominciò a fluire nelle mie lenti…
Mi misi comodamente a sentire le riunioni semideserte. Ripristino del letto del fiume Paint Branch, un nuovo genere di alga per il trattamento dell’acqua, quanto bilancio di carbonio abbiamo per importare caffè e tè… Qualcuno ancora ci lavorava sopra, affinando le possibilità e votando secondo le proprie preferenze.
Come dicevo, recensisco opere di fantascienza prima di tutto per l’ambientazione e perché si svolgono nel futuro prossimo, piuttosto che per la trama. Che però in questo caso è molto avvincente. La ricostruzione della cittadina di Innsmouth così come immaginata dalla Emyrs ruota attorno a un’accordo interspecie.
Se amate le storie ambientate in un futuro prossimo migliore, che vogliate evadere da un presente sempre più difficile o trarre ispirazione, questo libro è per voi. Mi ricorda per molti versi l’alternativa utopica di Marge Piercy in Woman on the Edge of Time, o la società di Walkaway di Cory Doctorow, accanto ai quali può stare benissimo come uno dei miei favoriti del genere.
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