Anarchici di Guerra

Una definizione di guerra

Di Aaron Koek. Originale pubblicato il due maggio 2019 il titolo War Anarchic: Defining War. Traduzione di Enrico Sanna.

Articolo originariamente pubblicato su blackstarwritings blog come prima parte di una serie su anarchismo e guerra.

La guerra è tra gli argomenti che più mi incuriosiscono ultimamente. Con le sue origini che risalgono agli albori dell’umanità circa cinquemila anni fa, la guerra è uno di quei fattori storici che influiscono non solo sugli esseri umani ma sul mondo intero. L’uomo l’ha analizzata e teorizzata praticamente nel corso dell’intero arco storico. Vi hanno contribuito Sun Tzu, von Clausewitz, Jomini, Federico il Grande, Napoleone, Mao, Che Guevara e infiniti altri, perpetuandola o estraendone elaborazioni teoriche. La guerra ha tanti studiosi e praticanti quanti ne ha la storia dell’arte.

Credo però che a gran parte degli studi sulla guerra storicamente e teoricamente manchi di qualcosa. La definizione di guerra varia enormemente secondo le epoche, i luoghi e i punti di vista, e questo crea un nesso tra modi di definire e capire la guerra che sono talvolta simili ma fondamentalmente diversi. All’interno di questo nesso, però, troviamo un concetto ricorrente in tutta la teoria, ovvero il fatto che la guerra non possa prescindere da una struttura di tipo gerarchico.

Tra i primi studiosi della guerra troviamo Sun Tzu, generale sotto la monarchia Wu attorno al quinto secolo. Nel libro L’arte della guerra, al capitolo “Pianificazione”, prima frase, dice:

Dice Sun Tzu: L’arte della guerra è di importanza vitale per lo stato.

Una semplice dichiarativa con profonde implicazioni. Una delle quali è che la gestione della guerra è oggetto specifico dell’autorità statale. Questo per lo stato è d’importanza vitale non solo perché gli permette di imporre la propria volontà sui suoi oppositori, ma anche perché le conoscenze e le capacità riguardanti la condotta della guerra devono restare prerogativa dello stato, altrimenti potrebbero essere usate contro di esso.

Carl von Clausewitz (1780-1831) sembra concordare con l’idea generale secondo cui, da un lato, la guerra serve ad imporre l’obbedienza, mentre dall’altro è affare esclusivo dello stato:

La violenza, quella fisica (qui non c’è forza morale senza concetto di stato e legge), è lo strumento; il fine ultimo è l’assoggettamento forzato del nemico al nostro volere.[1]

Non voglio qui fare un confronto diretto tra le teorie di Sun Tzu e quelle di von Clausewitz; i due sono vissuti in tempi e luoghi diversi e si sono accostati all’argomento in modi quasi interamente diversi. Ma la coerenza del tema, ovvero che la guerra è affare di stato e che richiede un ordine gerarchico, sono elementi che idealmente accomunano i due teorici. Io aggiungerei anche che quasi tutte le teorie belliche riconoscono la necessità dello stato e di una struttura gerarchica.

Anche nel discorso dell’estrema sinistra domina l’idea della guerra come di qualcosa che richiede un ordine gerarchico. Uno dei più noti teorici della guerriglia, Mao Tse Tung, ha scritto molto sulla necessità di una cooperazione tra esercito rivoluzionario professionale e spontanee formazioni di guerriglieri popolari. Ma per quanto abbia capito la necessità di una tale cooperazione in termini di capacità combattiva dei civili, pone l’accento sulla necessità di affidare le scelte tattico-strategiche alle gerarchie dell’esercito regolare:

(3) Alle spalle del nemico, scegliamo alcuni elementi giovani, forti e coraggiosi tra la popolazione locale, e organizziamo piccoli gruppi che accettino il comando di persone, mandate da noi, che sono più esperte e preparate, e che sono state precedentemente addestrate sul luogo dell’azione. L’attività segreta di questi gruppi consiste nello spostarsi dalla propria zona ad un’altra, cambiando uniforme, matricola e aspetto esteriore, usando ogni mezzo per coprire il più possibile le proprie tracce.

(5) Le unità guerrigliere possono essere classificate secondo la loro natura. Quelle formate da volontari selezionati sono dette unità guerrigliere speciali. Quelle organizzate perlopiù da elementi del nostro esercito sono dette unità guerrigliere di base. Quelle organizzate dalla popolazione locale sono dette unità guerrigliere locali. Quando unità di base e locali agiscono combinatamente, stanno agli ordini del comando unificato dell’unità di base.[2]

In pratica, il comando delle formazioni guerrigliere è soggetto alle gerarchie dell’esercito regolare. E anche così queste forze non erano destinate a restare autonome a lungo; la loro integrazione sotto il comando dell’esercito regolare era considerata importantissima per il mantenimento della coesione all’interno del nascente stato comunista.

Alcuni, vedendo la violenza dello stato, bellica o poliziesca, decidono di rifiutare la violenza in toto. Sulla scorta di ciò che abbiamo detto finora, sembra una conclusione logica. Se si vuole una società senza oppressione, è normale che si voglia la fine della violenza per mano dello stato, è normale che ci si ponga moralisticamente al di sopra della violenza di stato. L’ironico paradosso di questo approccio è che, rifiutando la violenza, si finisce di riflesso per legittimare la violenza dello stato:

Una massiccia, colorata, cosciente, ferma protesta davanti ad una base militare, una protesta che non costituisce una minaccia per i poliziotti che ne proteggono il perimetro, che non promette sabotaggi notturni, non fa che migliorare l’immagine dei militari, perché solo un esercito coscienzioso e civile tollera le proteste davanti ai propri cancelli. Una simile protesta è come un fiore infilato nella canna di un fucile. Non gli impedisce di sparare.[3]

Finché la resistenza allo stato è nonviolenta, legittima la violenza centralizzata dello stato. Quando ci appelliamo al senso morale dello stato, presumiamo implicitamente che lo stato sia un’istituzione generalmente benevola e che gli attuali sistemi oppressivi siano semplici difetti morali dell’istituto, non caratteristiche innate di un sistema autoritario a struttura gerarchica. Il problema della nonviolenza è che dà per scontato proprio quei sistemi che in vario modo causano o perpetuano l’oppressione e il dominio.

Ci ritroviamo così in un’apparente impasse. Da un lato la guerra appare in larga misura una questione di ordini gerarchici, dall’altro il suo rifiuto paradossalmente la rafforza. Da qui la domanda: come interpretare la guerra? Come detto all’inizio, la guerra è stata definita in molti modi e non si presta ad un’interpretazione generale. E però, all’interno di questo paradigma esistono tratti comuni alle diverse teorie della guerra. Non abbastanza da poter essere riuniti in una teoria generale, ma abbastanza da ritrovare una certa unità in certi fondamenti teorici di base. Un filo comune, quello delle gerarchie di guerra, l’abbiamo già individuato. Io penso che ne esista un altro, un filo comune che migliora molto la possibilità di capire gli aspetti ricorrenti della guerra. È da questo filo comune che spero di estrapolare una nuova analisi della guerra che sia storica e specificamente anarchica.

Torniamo brevemente a von Clausewitz. Nel brano citato, definisce la guerra “… la sottomissione forzata del nemico al nostro volere…” specificamente attraverso l’uso della violenza. Qui la guerra non è semplicemente conflitto tra individui, ma tra gruppi di persone. Ognuno di questi gruppi usa la violenza nel tentativo di sottomettere l’altro. Perciò penso che la guerra debba essere vista come violenza reciproca e collettiva da parte di gruppi di persone.

Data questa basilare definizione, possiamo abbandonare l’aspetto gerarchico senza necessariamente contraddire gran parte delle teorie. Scostandoci dall’interpretazione gerarchica, possiamo analizzare diversamente la guerra, fare un’analisi che ruoti attorno alla storica lotta dei popoli contro l’oppressione e il dominio. Dalle prime ribellioni degli schiavi alla lotta collettiva delle donne e delle popolazioni indigene, alle rivolte contadine e dei lavoratori, alla pirateria, alla rivolta sociale, alle insurrezioni, tutto ciò rappresenta la guerra degli oppressi contro gli oppressori.

Per questo ho scelto il titolo “Anarchici di Guerra”, per dare un’idea del filtro interpretativo con cui spero di fornire una lettura delle lotte storiche, dei tanti modi in cui le persone hanno combattuto guerre per la propria libertà, lottando contro le gerarchie sociali, politiche ed economiche del loro tempo. Il titolo non significa che queste lotte sono di natura specificamente anarchica, anche se alcune delle più recenti potrebbero essere definite tali. Piuttosto queste guerre hanno una natura “anarchica” perché sono una lotta violenta, collettiva, contro forze dominanti e strutturate gerarchicamente, una lotta che serve a dare significato alle parole libertà e eguaglianza, o almeno ciò che incarna la libertà e l’eguaglianza all’interno dei diversi contesti storici.

Questo per me è il fine ultimo degli Anarchici di Guerra: continuare quella guerra che, nel corso della storia, i popoli hanno combattuto contro i sistemi di oppressione e dominio. Nel fare così, spero di riuscire a creare un corpus teorico e storico a cui attingere al fine di cominciare a capire meglio come noi, almeno in teoria, possiamo combattere la nostra guerra contro il sistema di dominio e oppressione attuale.


Riferimenti:

Carl von Clausewitz. “What Is War?” On War, 1873, pp. 1–2.

Mao Tse-Tung.“Basic Tactics: IV Organization.” Selected Works of Mao Tse-Tung, 1937

Peter Gelderloos. “Nonviolence is Statist.” How Nonviolence Protects the State. Detritus Books, 2018.

The Anatomy of Escape
Free Markets & Capitalism?
Markets Not Capitalism
Organization Theory
Conscience of an Anarchist