Il New Deal Verde nell’ottica Libertaria

Di Logan Marie Glitterbomb. Originale pubblicato l’undici marzo 2019 con il titolo A Libertarian Take on the Green New Deal. Traduzione di Enrico Sanna.

Con tutto il trambusto sollevato attorno al New Deal Verde e l’urgenza di combattere i cambiamenti climatici, uno si chiede da che parte stanno i libertari. Molti genericamente di sinistra lo approvano, ci vedono la prova del fatto che Verdi e movimenti progressisti sono riusciti ad influire sul dialogo. Anche tra gli anarchici e la sinistra libertaria c’è chi approva la cosa vedendoci un intervento transitorio incrementale che, per quanto non perfetto, potrebbe essere utilizzato per combattere alcuni dei peggiori effetti dei cambiamenti climatici prima che sia troppo tardi. Una cosa di cui molti non tengono conto è che il New Deal Verde non è un insieme specifico di proposte, ma solo il nome dato collettivamente a diverse ipotesi avanzate da Jill Stein, Alexandria Ocasio-Cortez e altri sotto molti aspetti molto diversi.

La versione di Jill Stein è tutt’altro che perfetta, ma possiamo dire che molte delle sue proposte porterebbero a miglioramenti in molti campi, come la proposta di finanziare infrastrutture ambientali tagliando la spesa militare almeno del 50%. Il fatto è che però l’attuale disegno di legge del partito democratico tralascia del tutto questa possibilità per ipotizzare un finanziamento attraverso la creazione di banche pubbliche. Ora, se è vero che dobbiamo fare il possibile per combattere il complesso industriale militare e salvare vite umane, è vero anche che la creazione di banche pubbliche non è da disprezzare e potrebbe avere grosse ripercussioni ambientali ed economiche di cui parlo più giù.

Altra cosa da criticare di questa versione è il fatto che tra i sostenitori ci sia un gruppo conosciuto come Sunrise Movement, gruppo che si oppone fermamente a molte delle proposte di monetizzazione delle emissioni e ad altre simili soluzioni di mercato per la riduzione delle emissioni. Mentre Alexandria Ocasio-Cortez sostiene una misura che tiene conto dei costi sociali delle emissioni, molti sostenitori dell’attuale New Deal Verde si oppongono a misure di mercato, come la carbon tax, apparentemente in nome di un malinteso pseudo-anticapitalismo. L’idea alla base di questo ragionamento sarebbe che l’ambiente non si “mercifica”. Sono sentimenti che possono avere un senso a livello molto superficiale, ma la realtà è che sotto l’attuale capitalismo l’ambiente è già mercificato. Aggiungere i costi sociali delle emissioni non lo mercifica ulteriormente, ma fa rientrare le esternalità nel conto che molte aziende sono riuscite ad evitare di pagare grazie a scudi protettivi, che in un mercato distorto come il nostro sono rappresentati da interventi economici e normative di favore. Scartare una soluzione di mercato in una società di mercato non ha molto senso. Anche se l’ideale finale è una società non di mercato, le soluzioni devono essere fatte con gli strumenti esistenti, non con quelli di un futuro ideale. Riportare queste esternalità dentro l’equazione costringe gli attori aziendali a tenere conto dell’impatto delle loro attività, e questo incoraggia ad avere un comportamento ecologicamente più responsabile sfruttando la ricerca del profitto delle aziende stesse. Questo non significa dimenticare i nostri ideali o comprometterli, ma solo che dobbiamo essere pratici con le strategie da adottare finché viviamo in questa società.

Alcune note su un punto toccato più volte da Kevin Carson: il posto di lavoro garantito per tutti. Credo che io e lui siamo d’accordo (non parlo a nome suo, però): se lo stato deve intervenire, allora è meglio che promuova alternative ambientaliste piuttosto che il contrario. Ora, se è vero che i poveri contribuiscono all’inquinamento più di altri in quanto le loro risorse limitate non permettono di accedere a strumenti ecologicamente migliori, è anche vero però che il posto di lavoro garantito per tutti non aiuta affatto a risolvere il problema. Questo modello si basa sul vecchio assunto capitalista per cui una persona vale quanto il lavoro che produce. In un’epoca di crescente paura dell’automatizzazione, appare strano e controintuitivo vedere che si cerca di creare artificialmente più posti di lavoro invece di separare il lavoro dalla ricchezza e il valore della persona.

È passato più di un secolo dalle prime lotte per la giornata lavorativa di otto ore, e però nonostante gli avanzamenti tecnologici lavoriamo sempre lo stesso tanto di ore, se non di più, e questo nonostante occorrano meno ore per produrre lo stesso stile di vita di prima. Non che dobbiamo smettere di migliorare la qualità della vita ma, visto lo studio sui “lavori stronzata” di David Graeber, gli enormi sprechi produttivi e la scarsità artificiale prodotta dagli interventi dello stato e dalla tendenza a produrre continuamente, ne deriva che per mantenere lo stile di vita sperato occorre molto meno lavoro di quanto non siamo disposti ad ammettere come società. Ma siamo ancora legati alla nozione per cui il valore di una persona dipende da quanto lavoro fa, siamo legati a modelli superati della produzione di massa.

Per principio, non sono contro la riconversione di vecchie fabbriche alla produzione di treni ad alta velocità o altri mezzi di trasporto ecologici, o all’energia pulita per combattere gli effetti negativi prodotti da secoli di capitalismo corrotto, ma non vedo la necessità di accoppiare queste forme di crescita al posto di lavoro universale garantito. Ci sono due modi per creare artificialmente posti di lavoro: o si utilizza la forza lavoro in maniera inefficiente, ovvero si impiega molto lavoro per fare ciò che con le moderne tecnologie si può fare con meno; oppure si utilizza la forza lavoro in maniera efficiente e si produce più del necessario contribuendo così agli sprechi produttivi che sono alle origini dell’inquinamento. Poi c’è chi vorrebbe incentivi ecologici e non fa nulla per eliminare gli incentivi che già ricevono i produttori di energia e le industrie agricole, e questo impedisce che si realizzino condizioni a favore di alternative ecologiche. Occorre premere per mettere fine agli incentivi e allo stesso tempo lottare per eliminare il nesso tra lavoro e ricchezza, così da permettere un uso più efficiente della forza lavoro senza inventarsi “lavori stronzata” o inutili sovrapproduzioni. Se si vuole promuovere l’energia pulita, l’unico modo per farlo passa per la parità di condizioni, ovvero occorre eliminare gli incentivi alle grosse società elettriche, mentre se vogliamo eliminare il nesso tra lavoro e ricchezza senza toccare l’attuale panorama non resta che istituire un reddito di base universale.

Quest’ultimo può essere realizzato anche senza aumentare le tasse. Grazie a un sistema bancario pubblico, che è uno degli elementi più radicali di questa versione del New Deal Verde. Con tutte le lamentele riguardo la banca centrale, la corruzione di Wall Street e il sistema fiscale da rapina, è strano che nessuno parli della proposta. Le banche pubbliche, pur essendo create dallo stato, sono proprietà pubblica dei cittadini di una certa area. Una banca pubblica non serve a gestire i patrimoni personali; per quelli ci sono le banche locali, le banche popolari, le criptomonete, o altre forme monetarie e di scambio alternative. La banca pubblica serve principalmente a finanziare infrastrutture e varie altre opere pubbliche. Finanzia mutui per realizzare opere pubbliche che eccedono le capacità delle banche locali o delle banche popolari, e usano gli interessi di questi mutui per finanziare altre opere. Questo permette allo stato di generare reddito senza ricorrere alla tassazione, e contemporaneamente toglie potere alle banche di Wall Street per riporlo nelle mani delle comunità locali, che così fungono da azioniste, con la possibilità di dire la loro sulla gestione e la destinazione dei fondi, e quindi con una spesa pubblica più trasparente. Perché mai un libertario dovrebbe opporsi ad un sistema bancario pubblico che genera più trasparenza negli atti pubblici, meno tasse, meno controlli da parte della banca centrale e Wall Street e più controllo da parte della comunità locale?

A dire il vero sulla questione non si è sempre taciuto. Per qualche tempo, vari libertari di destra hanno accarezzato l’idea di una banca pubblica come una sorta di “diritto di stato” (opposto al diritto del governo federale, ndt). Nel caso della lotta per la legalizzazione della cannabis, il governo federale ha mantenuto l’illegalità nonostante diversi stati abbiano stabilito altrimenti. Questo ha creato dei problemi perché all’industria della cannabis è vietato servirsi delle banche federali. Quando è sorto il problema, molti operatori hanno visto nelle banche pubbliche un’alternativa percorribile per quanto riguarda i finanziamenti in quegli stati in cui la cannabis è legalizzata. Ovviamente la questione è tramontata rapidamente, ed è ricomparsa solo con i fatti di Standing Rock, e questo ci riporta al New Deal Verde.

In seguito alla battaglia di Standing Rock, il movimento antioleodotto decise di puntare sul disinvestimento. L’obiettivo era di spingere amministrazioni locali, università e altre entità a rompere i legami con le industrie dei combustibili e con tutte quelle industrie i cui investimenti riguardano gli oleodotti. Nel contesto delle amministrazioni locali, questo significava prima di tutto togliere i fondi pubblici dalle grosse banche che investono in tali progetti per dirigerli verso alternative più pulite. Il problema è che non ci sono molte alternative che soddisfino i bisogni di un’amministrazione locale.

Le piccole banche locali non hanno la possibilità di finanziare grossi progetti e le banche popolari non hanno tali scopi. Una banca pubblica è alternativa perché è di proprietà della comunità e offre molta più trasparenza. Così da un lato le amministrazioni locali disinvestirebbero dalle grosse banche che finanziano opere ecologicamente disastrose, e dall’altro con il passaggio ad una banca pubblica sono i cittadini che possiedono la banca a decidere come spendere il denaro, e questo crea un maggior controllo democratico su come e dove vengono spesi i soldi pubblici.

E la campagna a favore dei disinvestimenti non si ferma alle aziende petrolifere con i loro oleodotti. Dopo i fatti di Standing Rock, l’appello a disinvestire si è allargato alle carceri private. Come denuncia la Campaign to Fight Toxic Prisons, molte carceri sono costruite su terreni da bonificare e contribuiscono ad alcuni dei peggiori disastri ambientali del paese. Se il New Deal Verde riesce nell’intento di far nascere un sistema bancario pubblico, la cosa può essere di grande aiuto per i movimenti che puntano al disinvestimento, priverebbe molte aziende dei soldi con cui finanziare attività pericolose.

I libertari non dovrebbero essere biasimati per il loro sostegno al New Deal Verde così com’è, come strumento per passare, anche se a piccoli passi, dall’attuale sistema distruttivo centralizzato ad uno che abbia un’anima un po’ più verde. Questa potrebbe essere l’occasione per i libertari di entrare nel discorso e offrire migliori soluzioni globali. Le prossime elezioni si avvicinano, e i libertari hanno l’opportunità di influenzare il discorso in tanti modi. Io credo che un New Deal Verde d’impronta libertaria dovrebbe avere gli strumenti per mettere fine agli incentivi all’agricoltura e all’industria dei combustibili fossili e allo stesso tempo spezzare il monopolio statale dei servizi e permettere alla gente di uscire dal sistema.

Un grosso aiuto viene anche dalla lotta contro i copyright, i brevetti, gli espropri e i piani regolatori. Copyright e brevetti permettono a compagnie come la Monsanto di proteggere con il copyright materiale genetico e usare i diritti acquisiti per far chiudere le piccole aziende promuovendo allo stesso tempo pratiche come le monoculture e l’uso di erbicidi e pesticidi pericolosi. Quanto agli espropri, permettono la diffusione degli oleodotti sfruttando la forza dello stato. I piani regolatori, infine, contribuiscono artificialmente allo sviluppo urbano, incrementando così l’uso dei trasporti, laddove un’espansione più intelligente ridurrebbe il bisogno di viaggiare in primo luogo.

Infine, se lo stato continua a voler costruire infrastrutture, non c’è niente di male a fare pressioni affinché le opere siano ecologicamente efficienti. Chiedere restrizioni ai piani infrastrutturali non è un male. Chiedere che lo stato faccia dei contratti di tipo privato basati su standard ecologici non è un male. Chiedere che dia la priorità a costruttori e fabbricanti che rispettano gli standard ambientali, o anche costringere i servizi con il voto a utilizzare risorse rinnovabili, finché siamo costretti a vivere in un sistema statocentrico può servire a cambiare le cose. E se si può finanziare il tutto tramite una banca pubblica invece di usare quel furto che sono le tasse, tanto meglio.

Ma occorre ricordare che si tratta di risoluzioni non vincolanti e loro non sono costretti a fare nessuna di queste cose. Il che significa che dobbiamo tenerli sotto pressione, fare pressione su gli aspetti del programma che condividiamo ma allo stesso tempo continuare a spingere per altre soluzioni. Non è un errore appoggiare l’attuale programma e ammettere allo stesso tempo che come soluzione di lungo termine non basta. Ma i libertari dovrebbero partecipare al dibattito e proporre le loro versioni, così come verdi e democratici hanno le loro. Forse si può combinare il meglio delle due versioni e aggiungere il nostro tocco proponendo un reddito universale di base finanziato con tagli alla spesa militare, un sistema bancario pubblico e standard ecologici da applicare a tutti gli edifici pubblici e le infrastrutture (finché sono loro al potere, almeno una pista ciclabile la voglio!), monetizzazione delle emissioni e altre soluzioni di mercato veramente ecologiche; soluzioni che potrebbero avere effetti solo nel lungo termine, ma che sono sempre meglio delle misure provvisorie a breve.

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