Recensione: New York 2140

Di Roderick Long. Originale pubblicato il 25 gennaio 2019 con il titolo Review: New York 2140. Traduzione di Enrico Sanna.

Kim Stanley Robinson, New York 2140, Fanucci Editore, 2017.

Kim Stanley Robinson è tra i migliori scrittori di fantascienza attivi. Tra i temi ricorrenti dei suoi libri l’ecologia, la ricerca archeologica, la politica anticapitalista e l’ineluttabile passare del tempo; tutto ciò compare in New York 2140, che come molte delle sue opere (comprese Icehenge, The Martians, 2312, Galileo’s Dream e Aurora) rientra quasi alla perfezione nello spirito della trilogia di Mars, l’opera più famosa. (Le incongruenze sono spiegate in Galileo’s Dream, dove apprendiamo che le varie storie hanno luogo in epoche diverse ma molto vicine).
New York 2140 è un magnifico, disarticolato capolavoro. Marginale in altri suoi libri, qui Manhattan è la protagonista, una Manhattan del futuro, semisommersa (c’è il riscaldamento globale con conseguente innalzamento del livello dei mari) ma pur sempre vibrante, con il suo intreccio di ponti e le strade divenute canali. Gran parte delle persone tira avanti nei bassifondi della città, dove agiscono bande che difendono la popolazione dalla minaccia degli uragani, nonché dagli speculatori predatori che provengono dagli strati più alti ed asciutti della città.

Come in tanti libri di Robinson, New York 2140 scompone l’attenzione su una molteplicità di personaggi piuttosto che concentrarla su uno o due protagonisti. I capitoli dedicati ai punti di vista dei diversi personaggi variano anche stilisticamente: alcuni sono narrati in prima persona e altri in terza, alcuni al presente e altri al passato e così via. Occasionali capitoli espositivi addolciscono le informazioni con commenti beffardi detti da un anonimo “cittadino”, conferendo al romanzo un tono ad un tempo ottocentesco e postmoderno.

In un episodio vagamente connesso alla vicenda principale c’è il tentativo, tra il demenziale e lo straziante, di salvare gli orsi polari dall’estinzione trasferendoli in Antartide con un’astronave (gli scrittori di fantascienza amano le astronavi!). L’episodio, parte di un eccentrico reality show, resuscita uno dei temi centrali di Mars, la trilogia di Robinson, ovvero il conflitto tra due ambientalismi: quello che sostiene l’intervento dell’uomo per creare o preservare un habitat sostenibile e quello che crede in una natura intoccabile.

Come è facile da immaginare (critiche ed elogi valgono anche per Mars), New York 2140 è letterariamente geniale ed economicamente e politicamente un miscuglio. Il libro, e più in generale le opere di Robinson, incarna la tragedia della sinistra: un piede in un vitale estremismo di base semianarchico, e l’altro in un tetro, paternalistico autoritarismo dall’alto (la “socialdemocrazia”), con l’unione instabile dei due opposti tenuta assieme da quella che io definisco confusione di sinistra, ovvero l’errore di considerare le perversioni del capitalismo aziendale il risultato della (e quindi una ragione per combattere la) vera liberazione dei mercati, con la conseguenza che lo stato viene considerato il baluardo, e non il motore principale, del potere delle élite economiche, uno strumento sicuro e benevolo purché ci siano le persone giuste. (Io e Gary Chartier inviammo a Robinson una copia di Markets Not Capitalism nel 2013, quando, come ci confidò, stava progettando questo “romanzo sui mercati”, ma non sembra che abbiamo fatto proseliti).

Ed ecco che in cambio abbiamo una sedicente rivoluzione egalitaria, antiautoritaria e anticapitalista guidata da comete come Lord Keynes e i due Roosevelt, e che ha come premio finale l’elezione al Congresso di uno dei protagonisti; una rivoluzione che comincia con un’azione mutualistica dal basso tramite una “rete di potere duale alternativo”, per poi ingolfarsi con la retorichetta imbolsita dello stato come forza eroica che salverà tutti quanti noi dal rapace capitalismo se solo votiamo meglio.

Robinson quasi si rende comico quando dice che le “agenzie private di sorveglianza” della sua futura New York “sono gli angeli giustizieri contro i cattivi poliziotti”, un’immagine insopportabilmente edulcorata della polizia di New York stando alla cronaca. (Ho cercato disperatamente le prove che stesse facendo dell’ironia, ma non ne ho trovate). Purtroppo, le idee di Robinson non sono altro che l’immagine speculare delle idee di Ayn Rand quando dice che il capitalismo aziendale è quella forza eroica che ci salverà tutti quanti dallo stato rapace; e non sono più convincenti. (Parimenti, Robinson pensa che il cambiamento climatico antropogenico sia un prodotto dei mercati sregolati, non capisce che è stato alimentato dalla socializzazione dei costi operata dallo stato).

Davvero inquietante il deludente programma politico reazionario messo in pratica dalla vittoriosa sinistra radicale, un programma che comprende il salvataggio delle banche tramite la nazionalizzazione, restrizioni all’immigrazione a New York (“moralmente” difendibile perché “spesso hanno cattive intenzioni”, scusa che ricorda le inquietanti parole di Donald Trump nel 2015), un servizio civile obbligatorio (ovvero, la schiavitù a tempo), e l’equivalente di una legge marziale. Verso la fine del libro, uno dei protagonisti, responsabile di gran parte del programma, “si chiede cosa rendeva allettante uno stato di polizia, che molti consideravano un modo per evitare il peggio”; ma subito dopo lascia perdere e si immerge nelle piccolezze della politica quotidiana. (Anche qui vorrei che ci fosse una critica nascosta, ma non ne trovo).

Consiglio New York 2140 perché è un libro ben scritto, ricco di allusioni, trascinante e provocatorio. Come libro che spiega le cause e le possibili cure dei mali sociali attuali non lo consiglio affatto.

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