Agorismo Egotistico

[Di Vikky Storm. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 13 maggio 2017 con il titolo Egoist Agorism. Traduzione di Enrico Sanna.]

“La libera competizione non è ‘libera’ perché a me mancano le cose che servono a fare competizione. Nessuna colpa mia, ma siccome non ho queste cose anche la mia persona è svantaggiata. E chi possiede le cose necessarie? Forse quell’imprenditore? Magari! Se fosse così potrei prendergliele! No, sono dello stato, e l’imprenditore semplicemente le ha in uso.”
~ Max Stirner

L’egotismo ha avuto una lunga tradizione presso gli anarchici illegalisti. Gli illegalisti rigettavano gli ideali moralistici dei loro compagni, che giustificavano l’esproprio della classe capitalista come atto di riappropriazione, un atto giustificato dalla natura immorale dell’attuale sistema che regola la proprietà. Gli illegalisti ritenevano superflua questa giustificazione. Prendendo dall’opera di Stirner, sostenevano che la legge non ha alcuna autorità in quanto sistema basato sulla costrizione morale. Non vedevano il bisogno di obbedire alla legge.

Indipendente dalla tradizione illegalista, si è sviluppata un’altra corrente di pensiero che ugualmente rifiuta la legge. L’agorismo è emerso come critica della prassi della tradizione anarco-capitalista esistente e dei seguaci di Rothbard, che secondo gli agoristi mancavano dei mezzi per raggiungere il loro traguardo finale. Invece gli agoristi adottarono un rigetto della legge e dell’ordine al fine di intraprendere quella sorta di attività di libero mercato che stavano cercando di raggiungere ad un livello più ampio della società. Questa adozione del mercato nero, con il rifiuto di seguire le leggi, li allinea ai principi base degli illegalisti, facendo così dell’agorismo un approccio che attira gli egotisti.

Stirner critica la “libera competizione” nel suo L’Unico e la sua Proprietà, e pertanto può sembrare contraddittorio che ci sia chi segue ad un tempo le sue teorie e l’approccio agorista. Il fatto è che la sua critica della “libera competizione” era immanente, non concettuale. Non era contro la libera competizione come principio, ma come pratica: quella dei mercati liberisti, creati dallo stato e basati sulla proprietà legale.

Per Stirner, la competizione non è libera perché lo stato limita l’accesso dell’individuo ai mezzi della competizione. Benjamin Tucker solleva questioni simili quando parla di Monopolio Terriero, ovvero l’appropriazione violenta di terre inutilizzate, ma la critica di Stirner è più ampia. Secondo Stirner, le costruzioni, i materiali e i capitali aggiuntivi iniziali sono un problema tanto quanto la terra.

E questa critica serve anche da accusa di qualunque sistema di tutela della proprietà imposto dallo stato. Il ragionamento di Stirner è che, quando agiamo in un mercato libero definito dallo stato, stiamo agendo come vassalli dello stato stesso e le cose che noi usiamo per produrre competizione sono dello stato e noi semplicemente le usiamo. In un regime in cui la proprietà è definita per legge, sostiene Stirner, l’individuo non possiede neanche la terra sotto i suoi piedi.

All’interno di queste critiche, troviamo la base per una prassi agorista stirneriana. Se è vero che tutta la proprietà protetta dallo stato è dello stato, allora un egotista che desideri avere qualcosa di suo deve cercare la proprietà fuori dall’ambito statale. E se vuole trovare una vera libera competizione, deve smettere di rispettare l’attuale regime della proprietà legale ed appropriarsi di ciò che occorre per finanziare il proprio genere di competizione. Quando lo stato dice che non possiamo esercitare quel genere di competizione di mercato, sta a noi sfidare lo stato se vogliamo godere dei vantaggi di tale competizione.

Certo, vista la natura radicale della critica egotistica, un agorismo egotistico si discosta in diversi punti dal concetto di agorismo proprio di Samuel Konkin, ma la differenza principale riguarda la questione del “mercato rosso”. Konkin distingue il mercato non approvato dallo stato e basato sul furto e la violenza (“mercato rosso”) dal mercato che esiste fuori dall’ambito statalista ma è coerente con il principio di non aggressione (“mercato nero”). Questa distinzione per un agorista è inutile. Privo del bisogno di giustificazioni morali, come il principio di non aggressione, l’agorista egotista ritiene chiaramente accettabili attività del mercato rosso. Come ad esempio il mercato dell’assassinio proposto dal criptoanarchico Tim May, dove le persone scommettono sulla morte di qualcuno e usano l’assassinio perché si avveri: per un agorista egotista questo mercato sarebbe accettabile tanto quanto coltivare e vendere marijuana laddove è illegale.

Nonostante le divergenze, però, sono più le cose su cui c’è accordo di quelle su cui c’è disaccordo tra noi e gli agoristi egotisti e quelli più tradizionali. Noi diamo una giustificazione diversa ai nostri punti di vista e abbiamo opinioni diverse sul mercato rosso, ma c’è molto su cui concordiamo. Siamo d’accordo sulla necessità di edificare una controeconomia che soppianti lo stato. Siamo d’accordo sull’idiozia della politica elettorale come mezzo per raggiungere i nostri fini. Siamo d’accordo sulla necessità di agire ora per creare un mondo migliore, piuttosto che attendere la nascita di un movimento di massa. Infine, siamo d’accordo sul fatto che la nostra disobbedienza allo stato porta benefici personali.

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