Center for a Stateless Society
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Gli Eroi del Diritto di Riparare

[Di Kevin Carson. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 20 agosto 2016 con il titolo Right-to-Repair Activists are Heroes. Traduzione di Enrico Sanna.]

La “proprietà intellettuale” serve unicamente ad imporre la scarsità contro l’abbondanza; ovvero a imporre cose, che per natura dovrebbero costare meno grazie al progresso, per renderle artificialmente costose. Il caso più evidente è la guerra portata avanti dalle aziende contro il diritto dei loro clienti di riparare ciò che hanno acquistato. Fortunatamente, come nota Emily Matchar su Smithsonian (“The Fight for the ‘Right to Repair”, 13 luglio) ci sono attivisti che lottano per questo diritto di riparare.

Il “divieto di riparare”, dice Matchar, è un metodo sempre più diffuso per imporre l’obsolescenza pianificata o per trasformare le riparazioni in un limone da spremere. Le auto e moltissime apparecchiature hanno incorporato un software, che è solitamente proprietario. “Alcune aziende usano blocchi digitali o software coperti da copyright per impedire ai consumatori e ai riparatori di fare modifiche. Altri si rifiutano semplicemente di pubblicare i manuali di riparazione. Altri ancora mettono nell’accordo con l’utente delle clausole quasi invisibili con cui i clienti (spesso inavvertitamente) promettono di non riparare i loro prodotti.”

L’estorsione permessa da questo metodo è una disgrazia. Una batteria di ricambio “autorizzata” per iPhone costa 79 dollari, contro i 30 pagati da Matchar per un ricambio non autorizzato in un centro commerciale di Hong Kong, e i 35 dollari chiesti da iFixit (poi ci torno) per un kit spedito a casa. Qualche anno fa Julian Sanchez riuscì nell’intento, reso deliberatamente impossibile, di aprire il guscio del suo iPhone e sbloccare un bottone, invece di seguire i consigli di Genius Bar e sostituire l’apparecchio per 250 dollari (“Dammit, Apple,” 2 giugno 2008). In famiglia, mia sorella ha pagato un tecnico 200 dollari giusto per controllare l’auto con un software di diagnostica.

Strozzinaggio a parte, l’obsolescenza programmata proprietaria contribuisce pesantemente allo spreco di risorse e alla distruzione dell’ambiente. Tech Dump, un’organizzazione che ricicla elettronica usata per rivenderla ai poveri a basso prezzo, riesce a recuperare appena il 15% di tutti i computer, cellulari e televisori che riceve, o perché i pezzi di ricambio sono proprietari o perché le istruzioni per i riparatori sono tenute segrete. Immaginate quanto si potrebbe risparmiare in leghe alle terre rare (un commercio associato ad alcuni dei peggiori conflitti regionali e allo sfruttamento del lavoro) se non ci fossero barriere al riciclo dell’elettronica.

Ricambi brevettati e software di diagnostica protetti da copyright spingono sempre più i riparatori indipendenti fuori dal mercato.

È qui che intervengono gli attivisti del diritto di riparare. Una delle organizzazioni più note è iFixit, fornitore di quel geniale e non autorizzato kit di sostituzione della batteria per l’iPhone, un “Wiki di riparazione” online che “dà istruzioni su come riparare e consigli e strumenti fai da te.” In Tanzania, un riparatore indipendente di strumentazioni mediche ha un sito (frankshospitalworkshop.com) con manuali e altre informazioni su come riparare incubatrici, monitor cardiaci e strumentazioni simili: un servizio pubblico che gli procura rogne costanti da parte dei produttori. C’è anche un grosso mercato di consigli su come sbloccare quelle apparecchiature che impongono costi oltraggiosi per ricambi come le cartucce d’inchiostro.

Finora il movimento non ha ancora raggiunto il suo “momento Napster”. Ma io sono ottimista, e presto lo raggiungerà. Pensate a quando ci sarà l’equivalente di The Pirate Bay o SciHub per il software di diagnostica delle auto, software che qualunque riparatore della domenica potrebbe scaricare liberamente. Pensate a quando tutti potranno acquistare riproduzioni economiche di ricambi brevettati sfornate a manetta in microlaboratori di quartiere.

Ovunque guardiamo, vediamo eroi della libertà d’informazione che sfidano il divieto imposto dallo stato corporativo alla condivisione libera della conoscenza. Quello che gli hacktivisti della cultura libera hanno già fatto con la musica e le pubblicazioni accademiche presto toccherà i beni materiali. È l’informazione che dev’essere libera.

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