Center for a Stateless Society
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Allo Stato non Basterebbe la Morte di Manning

[Di Nick Ford. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 3 agosto 2016 con il titolo Manning’s Death Wouldn’t be Enough for the State. Traduzione di Enrico Sanna.]

(Attenzione: Si parla di suicidi e tentati suicidi)

Secondo l’Aclu (Unione Americana per le Libertà Civili, es), il tentato suicidio di Chelsea Manning del 5 luglio nella prigione militare di Fort Leavensworth potrebbe costarle ulteriori accuse, tra cui “resistenza al personale addetto al trasferimento”, “possesso di oggetti proibiti” e “atteggiamento minaccioso”.

La punizione potrebbe includere “l’isolamento a tempo indefinito, la riclassificazione come massima sicurezza e ulteriori nove anni di condanna. E potrebbero anche negare ogni possibilità di libertà condizionale.”

Quest’ultima è particolarmente raccapricciante considerato che Manning sta già scontando una pena a 35 anni per aver diffuso materiale segreto. Parte di questo materiale conteneva il video diffuso da Wikileaks nel 2010 sullo sciagurato Assassinio Collaterale.

Questo video, e altre informazioni che Manning aiutò a pubblicare, hanno concentrato l’attenzione su uno stato che ci rassicura dicendo di operare entro i suoi stessi limiti legali. L’azione puramente eroica di Chelsea ha portato in primo piano la realtà di uno stato fatto di persone, e persone con biechi obiettivi possono commettere atti orribili.

Tra questi, punire una persona per aver scoperto la verità dietro una guerra basata su bugie, interessi economico-politici, e condizionamento xenofobo. Una guerra costata agli Stati Uniti miliardi di dollari e migliaia di vite americane, per non parlare delle altre migliaia di vittime di paesi che gli Stati Uniti hanno praticamente occupato.

La punizione per il tentato suicidio non è che un altro ingranaggio di una macchina disumana che tortura Manning per crimini immaginari. Giusto l’anno scorso Manning scampò l’isolamento per possesso di materiale scritto sugli orientamenti sessuali non ortodossi e (nientemeno) dentifricio. Lo stato vuole esercitare su Manning e su quelli come lei un controllo senza fine.

Perché Manning simbolizza ciò che vogliono schiacciare: la Ribellione.

E uno stato con l’ossessione del controllo non può lasciare che Manning viva, almeno non come essere umano. Forse la cosa che ferisce di più, in questo senso, è il fatto che il carcere militare abbia sempre negato a Manning, un transessuale, le risorse mediche necessarie ad affrontare il disadattamento. Questa negazione, oltre a fattori che nessuno di noi può anche solo immaginare, è parte integrante delle ragioni che hanno spinto Manning al tentato suicidio.

Ora lo stato sta cercando di punire ulteriormente Manning per aver cercato di riprendersi la propria vita nell’unico modo che conosce.

Certo, il suicidio è una triste tragedia, ma c’è qualcuno tra noi che possa dire davvero di non capire perché Manning pensi che la morte migliorerebbe la sua condizione? Sarebbe forse meglio per lei vivere per oltre trent’anni in un carcere militare, soggetta ad abusi e traumi di ogni genere, con la possibilità negata di cambiare sesso secondo il proprio sentire?

Non sempre (anche se a volte sì) l’accanimento è dovuto a intenzioni malvagie, ma anche al fatto che molti carceri mancano di mezzi adeguati a fronteggiare queste situazioni. Mancano dei mezzi istituzionali o finanziari che forniscano l’aiuto adeguato ad un transessuale.

Ma basta leggere cosa dice The Intercept: “Le tattiche punitive adottate comprendono il suo denudamento totale durante la notte, lunghi periodi di isolamento e la negazione di ausili medici come gli occhiali.”

Recenti aggiornamenti pubblicati su Twitter parlano di un suo apparente miglioramento giornaliero, con la speranza che vinca il momento oscuro e vada avanti. Oggi più che mai la sua vita è importante, e si spera che lei ne sia cosciente.

Ma possiamo davvero rimanere scioccati davanti al fatto che, come successo con Aaron Swartz, il governo federale possa spingere al suicidio un altro informatore?

Noi che vogliamo quella società libera per cui Chelsea Manning ha duramente lottato, a questo punto non ci aspettiamo alcuna riforma del sistema.

Snowden, Swartz, Assange e Manning sono stati cacciati via da questo paese, se non dalla loro vita, per aver disobbedito. Dobbiamo ammettere che viviamo in una società che non è libera, e che il sistema non è riformabile.

Non resta che seppellire lo stato, seppellirlo prima che continui a torturare, dominare e uccidere.

Seppelliamo lo stato, calpestiamo le sue ceneri e costruiamo qualcosa di meglio al suo posto.

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