Center for a Stateless Society
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Trump, Saddam e la Presunzione di Innocenza

[Di Sheldon Richman. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 9 luglio 2016 con il titolo Trump, Saddam, and the Presumption of Innocence. Traduzione di Enrico Sanna.]

L’aspetto terribile riguardo le recenti affermazioni di Trump a proposito di Saddam Hussein non è l’ammirazione esplicita per l’ex dittatore iracheno (in realtà, Trump l’ha chiamato “malvagio” tre volte). Terribile è che Trump appaia invidioso del fatto che Saddam potesse “uccidere i terroristi” senza un processo regolare in cui l’elemento principale è la presunzione di innocenza, che impone allo stato l’onere di provare la colpevolezza. “Lui uccideva terroristi” ha detto Trump di Saddam. “Faceva benissimo. Non li informavano dei diritti. Non dicevano nulla.” (enfasi aggiunta)

Questo dovrebbe importare a quei fan di Trump che credono che i sospetti criminali debbano essere protetti contro lo stato. Trump stava chiaramente facendo capire di volere uno stato (che lui ovviamente aspira a governare) che abbia il potere di uccidere una persona sospettata di aver pianificato o commesso violenze politicamente motivate contro civili. Tanto per essere chiari, Trump non ha semplicemente espresso la sua approvazione per la pena di morte per un terrorista condannato (qui tralascio la critica all’esecuzione di stato). Ha elogiato l’uccisione anche di sospetti terroristi senza accuse e senza il dovuto processo in cui l’accusa deve dimostrare la colpa. I dittatori giudicano sempre il dovuto processo un ostacolo ad un’azione efficiente e decisiva contro le minacce reali e immaginarie. Ma si presume che gli americani ritengano i diritti degli accusati più importanti del tornaconto dello stato.

Il dovuto processo è il risultato di quasi duemila anni di lotta contro le tirannie occidentali. Certo è vero che il dovuto processo è stato fortemente eroso, soprattutto dopo l’undici settembre. Ma questa è la prima volta che sento un candidato alla presidenza, in campagna elettorale, che esalta un dittatore perché esente dagli obblighi di un dovuto processo. Ciò sicuramente distingue Trump dai suoi predecessori e oppositori. E il fatto che la folla, indossando il cappellino con la scritta Riporta l’America alla sua Grandezza, abbia risposto con entusiasmo è di cattivo auspicio.

Le parole di Trump sono coerenti con l’ammirazione espressa per la “fermezza” di despoti come il nordcoreano Kim Jung Un e i governanti cinesi che schiacciarono la protesta pro-democrazia di piazza Tien an Men. Queste parole confermano la promessa di usare il waterboarding e altri strumenti di tortura contro le persone sospettate di terrorismo, nonché la sua opinione secondo cui bisognerebbe condannare a morte anche le famiglie dei sospettati.

In tutta la sua campagna, Trump ha mostrato nervosismo per le procedure che frenano l’attività del governo. Spesso critica quei politici che sono “tutto parole e niente azione”. Nessuna sorpresa se invidia i dittatori.

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