Center for a Stateless Society
A Left Market Anarchist Think Tank & Media Center
Esce un’Antologia Panarchica

[Di Roderick Long. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 14 aprile 2016 con il titolo Panarchist Anthology Published. Traduzione di Enrico Sanna.]

Routledge ha pubblicato una nuova antologia di testi sulla panarchia dal titolo Panarchy: Political Theories of Non-Territorial States. Testo curato da Aviezer Tucker e Gian Piero de Bellis.

Il concetto di panarchia deriva da un testo del 1860, intitolato così, del botanico ed economista politico belga Émile de Puydt (1810-1891). In essenza, la proposta di questa antologia è che le persone dovrebbero essere libere di scegliere il regime politico in cui vivere senza doversi spostare altrove. L’antologia mette assieme numerose fonti, storiche e contemporanee, che sviluppano questa idea.

I curatori definiscono il panarchismo una “meta-teoria politica e normativa che sostiene la nascita di stati aterritoriali basati su un contratto sociale esplicitamente negoziato e firmato dagli stati e dai suoi eventuali cittadini.” (pag. 1) Questa definizione, con la richiesta di un contratto esplicitamente firmato, è una versione leggermente più limitata della definizione diffusa nelle cerchie anarchiche contemporanee, almeno quelle frequentate da me. John Zube, che più di ogni altro si è dato da fare per diffondere il concetto, definisce la panarchia un po’ meno rigidamente: “la realizzazione di tante comunità, diverse e autonome tra loro, quante la popolazione volontariamente richiede, tutte coesistenti aterritorialmente… ma separate l’una dall’altra da leggi personali, amministrazioni e giurisdizioni…” (citato a pag. 90)

Se si considera l’efficienza come standard della legittimazione politica, la competizione tra molteplici sistemi nella stessa giurisdizione non sarebbe, per ragioni economiche note, più efficiente dell’imposizione di un modello singolo? Se si considera standard ciò a cui un individuo razionale acconsente, perché non essere a favore di un sistema in cui ognuno ottiene il sistema da lui approvato? Dopo tutto, parte della questione attorno al consenso ipotetico che tanto ha dominato la filosofia politica contemporanea è l’assunto che un reale consenso non possa mai essere unanime; assunto che il panarchismo dimostra come eludere. Se la preoccupazione è che sistemi in concorrenza nello stesso territorio non potrebbero funzionare, il libro contiene un gran numero di testi che dimostrano, per dirla con Aviezer Tucker, come “nel corso della storia siano esistiti modelli funzionanti di giurisdizioni miste, sovrapposte ed extraterritoriali” (pag. 148); o, come formulato da Richard C. B. Johnsson, per gran parte della storia umana “le leggi sono andate appresso alle persone, non al territorio.” (pag. 207)

I vari contributi citati portano avanti un discorso affascinante e, per me, convincente. (Autopubblicità: uno dei capitoli del libro, un pezzo degli anni ’90 a favore dei “cantoni virtuali”, è scritto da me. Altra rivelazione: uno dei curatori, Tucker, è mio amico; ricordo con piacere una lunga passeggiata giù per la collina di Petřín a Praga, durante la quale sua figlia imparò a camminare).

È bene, però, che i libertari di sinistra stiano in allerta riguardo occasionali passaggi che li lasciano a bocca aperta, come la rassicurazione ottimista di Max Border secondo cui “se la polizia passa sotto casa vostra, ne ricavate un beneficio” (pag. 174), o l’altrettanto ottimistica rassicurazione di Michael Gibson secondo cui le grandi aziende, nonostante la loro struttura “visibilmente dittatoriale”, non sono affatto un male.” (pag. 167) Non è che vengono da un universo parallelo?

Amazon vende la versione cartacea del libro per oltre 100 dollari e quella Kindle per oltre 50 ( Attualmente, il prezzo della versione Kindle è di circa 43 dollari. Amazon.it li vende rispettivamente a 27 e 116 euro, nota del traduttore). Dunque non posso, in buona coscienza, suggerirne l’acquisto. Posso però suggerirvi di raccomandarne l’acquisto alla locale biblioteca accademica.

Qui di seguito affronterò tre punti più specifici.

Panarchismo e Anarchismo

Il panarchismo è una forma di anarchismo? Certo spesso viene visto così. Lo stesso De Puydt pare aver immaginato un apparato monopolistico che amministri i diversi contratti sociali, ma i panarchici più recenti generalmente ignorano questo elemento. De Puydt arrivò anche ad includere la “anarchia di Proudhon” nella lista delle opzioni politiche tra cui i cittadini potrebbero scegliere (come l’assenza di un apparato monopolistico possa essere tra le opzioni offerte da un apparato monopolistico è però un mistero).

Anche se ovviamente la distinzione, almeno in alcuni casi, può essere “più semantica che di sostanza”, Tucker tende a distinguere l’anarchismo dal panarchismo per le ragioni seguenti. (Incidentalmente, Tucker suppone che l’anarco-capitalismo accetti una qualche nozione di sovranità territoriale, cosa che a me sembra in molti casi un’interpretazione errata). Prima cosa, il panarchismo chiede che “la scelta di un contratto sociale sia… volontaria”, ma “non dice nulla sul contenuto del contratto”, che “potrebbe essere fortemente coercitivo”; dunque mentre un anarchico solitamente rifiuta “stati e istituzioni basate sull’autorità, la gerarchia, il dominio e la coercizione”, la panarchia, così come concepita da Tucker, permette all’individuo di sottoscrivere un contratto con “uno stato che ha potere coercitivo” che “obblighi i propri cittadini a fare ciò che essi non vogliono”; [Tucker] arriva poi a far passare un “contratto sociale hobbesiano” in cui il cittadino “rinuncia a tutti i suoi diritti civili in cambio di uno stato che gli garantisca l’incolumità fisica.” (pag. 9)

A giudicare da questo passaggio, pare che Tucker non ammetta l’esistenza di diritti inalienabili, ovvero diritti che non possono essere ceduti per contratto. Ma non tutti i panarchici la pensano unanimemente su questo punto. Michael Rozeff, nel suo contributo all’opera, scrive che chi “sceglie un governo” può anche “scegliere di lasciarlo”.

Basta che rimanga la possibilità di un’uscita quando si sceglie un dato governo. Ma un individuo non può rinunciare a questa possibilità. Non può rinunciare spontaneamente alla propria volontà. (pag. 91)

Lo stesso de Puydt assunse una posizione intermedia tra la libertà totale di uscire e l’alienazione irrevocabile di se stessi:

Io non dico che una persona debba essere libera di cambiare governo in qualunque momento facendolo andare in fallimento. Per questo genere di contratto tra stato e cittadino occorre prevedere un termine minimo, diciamo un anno. (pag. 34)

Ma se si ammette la possibilità suggerita da Rozeff, ovvero la totale libertà di uscire, allora non è chiaro come un anarchico abbia ragione di rifiutare la legittimità di un contratto che lo vincoli ad una dittatura, poiché una dittatura da cui si può uscire in qualunque momento è come una schiavitù con la possibilità di dire basta. Uno schiavo simile non è affatto schiavo. E l’idea di sperimentare diversi sistemi di governo è stata accettata da molti anarchici, sia comunisti che di mercato. (Su questo, si veda il recente studio di Kevin Carson per C4SS, Anarchists Without Adjectives: The Origins of a Movement.)

Più in generale, per Tucker anarchismo e panarchia devono essere in conflitto, perché mentre la panarchia permette a chiunque di “associarsi o dissociarsi spontaneamente dagli stati”, l’anarchismo “si oppone all’esistenza stessa dello stato”. (pag. 12) Agli occhi di chi conosce la definizione weberiana dello stato come di un monopolio territoriale della forza questo potrebbe apparire confuso; se le entità politiche sostenute dai panarchici non sono monopoli territoriali, perché chiamarle “stati”? Perché immaginare che il rifiuto anarchico dello stato si debba applicare a loro?

Apparentemente la ragione è, in parte, perché Tucker non accetta la definizione weberiana. Scrive:

La polis greca era essenzialmente un insieme strutturale di persone unite dalla legge, non da una qualche relazione con un territorio. Quando i greci cominciarono la colonizzazione, il futuro stato, la polis, la sua gerarchia politica, era già stata stabilita nella nave, prima ancora di aver scelto un determinato sito favorevole. (pag. 148)

Buona argomentazione, ma vorrei fare due precisazioni. Primo, anche se la polis greca non era un monopolio territoriale, certo era comunque un monopolio (su una certa popolazione); secondo, la polis finiva sempre per reclamare ed esercitare, di fatto, una giurisdizione in un particolare territorio. In entrambi i casi somiglia allo stato moderno in un modo che fa a pugni con i regimi panarchici in competizione tra loro.

Tucker potrebbe controbattere citando la “divisione dei poteri tra la chiesa, il re e i vassalli” nell’Europa medievale, o anche gli “arrangiamenti extra-territoriali delle sovranità miste… negli imperi ottomano e cinese” (pag. 149), come esempio di (quelli che chiamiamo) stati che non erano monopoli, né territoriali né di altro genere. Un’altra buona argomentazione; ma io vorrei insistere e notare che questi stati erano molto più simili a monopoli territoriali di quanto non lo siano i regimi proposti dai panarchici. Chi nasceva entro il territorio di un re medievale spesso aveva la possibilità di optare tra un tribunale reale, uno feudale, uno ecclesiastico e uno commerciale, ma in genere non aveva la possibilità di scegliere se essere soggetto o meno all’autorità del re. Gli ottomani lasciavano ai cristiani la libertà di essere governati dalle leggi cristiane piuttosto che da quelle musulmane, ma questo era un privilegio concesso da un governo territoriale che stabiliva il contenuto della concessione. E così via.

Dunque, in breve, io esiterei a dire che questi regimi politici panarchici sono “stati”; e non ho problemi a considerare il panarchismo, almeno nella sua forma moderna, una sorta di anarchismo.

Precursori Dimenticati

I collaboratori del libro identificano un certo numero di precursori storici delle loro idee. Uno di questi è Gustave de Molinari, conterraneo di de Puydt, la cui proposta del 1849 riguardante agenzie di sicurezza in regime concorrenziale è compresa nel libro. Un altro è lo storico anarchico Max Nettlau, con un saggio sul soggetto del 1909. E poi, una sorpresa per me, Moritz Schlick, fondatore del positivismo logico. (pag. 12) Purtroppo il suo saggio sul tema – incompiuto visto che, come dice Tucker piuttosto eufemisticamente, Schlick “morì prematuramente” (fu sparato da uno studente deluso) – non è nell’antologia.

Altri precursori avrebbero potuto essere citati nel libro, ma non lo sono. Forse la prima proposta di panarchia, anche se fatta per scherzo, si trova ne Gli Acarnesi di Aristofane, quando il protagonista, un cittadino ateniese, reclama il diritto di decidere la sua politica estera, militare ed economica, piuttosto che seguire quella di Atene nel suo complesso. Nella Repubblica di Platone il tema è trattato in maniera meno favorevole. Qui Atene viene descritta, in maniera poco convincente, come un “supermercato di costituzioni” in cui ogni cittadino può vivere sotto il regime che gli garba, a prescindere dalle scelte dei suoi concittadini. (Sul pensiero panarchico presente in Aristofane e Platone vedete il mio recente saggio sul soggetto).

Un altro precursore della panarchia è l’idealista tedesco Johann Gottlieb Fichte, che difese il diritto alla secessione dell’individuo nel suo trattato non ancora completamente tradotto Contribution to the Rectification of the Public’s Judgment of the French Revolution. Ma è forse un precursore indigesto visto l’antisemitismo ripugnante – e retoricamente controproducente – dell’opera. (Retoricamente controproducente perché l’obiettivo apparente della citazione degli ebrei serve ad indicarli come esempio di comunità politica aterritoriale di successo, ma poi coglie l’opportunità per insistere in una filippica antisemitica che non lo aiuta nell’intento).

L’idea della secessione dell’individuo fu ripresa indipendentemente da Herbert Spencer nel suo Social Statics del 1850, specificamente nel capitolo “The Right to Ignore the State”. Anche se, pur ammettendo che un cittadino può tagliare le relazioni con il suo ex stato senza spostarsi altrove, non prevede la possibilità di firmare un contratto con un fornitore di servizi alternativo.

Molto più vicino alla panarchia l’anarchico individualista americano Benjamin Tucker, che nel 1887 scrisse:

Ci sono ben più di cinque o sei Chiese in Inghilterra, e capita spesso che fedeli di Chiese diverse vivano nella stessa casa. Ci sono ben più di cinque o sei compagnie di assicurazioni in Inghilterra, e non è affatto raro che componenti della stessa famiglia assicurino i propri beni e le proprie vite contro incidenti o incendi presso compagnie diverse. Ne viene qualche danno? Perché allora in Inghilterra non dovrebbe esistere un gran numero di associazioni di difesa con cui la gente, anche componenti della stessa famiglia, possano assicurare la propria vita e i propri beni contro assassini e ladri?

(Accidentalmente, Tucker sulla questione dell’inalienabilità sta dalla parte di Rozeff, in opposizione al suo omonimo, quando sostiene che “nessuno può rendersi schiavo al punto da rinunciare al diritto di proclamare la propria emancipazione.”) Stephen Byington, allievo di Tucker, approva e nota come a Kansas City il confine di stato “attraversì le strade popolari di periferia,” così che molte “[p]ersone che vivono nella stessa strada sono soggette a leggi diverse.” (Byington cita anche le esenzioni di cui godono i cristiani in paesi musulmani). Un altro allievo di Tucker, Francis Tandy, aveva opinioni simili.

Giustizia Economica

C’è una sola obiezione alla panarchia che sospetto sarà agitata con forza soprattutto dai liberal di John Rawls, e non credo che trovi tanto spazio nel libro. L’obiezione è che la panarchia è economicamente ingiusta.

“Vuoi uno stato ridistributivo?” chiede Rich Ralph a Poor Petunia. “Vai e firma per averlo. Ma io e i miei amici ricchi andiamo tutti a firmare per qualcos’altro. Divertitevi a ridistribuire ricchezza tra voi poveri, ma non fate conto su di noi.”

A questo punto il liberal rawlsiano dice: “Senti, Ralph: tu, i tuoi amici ricchi, Petunia e i suoi amici poveri, avete unito i vostri sforzi in società per ottenere vantaggi comuni; loro vi hanno portato i crostini con il caviale, voi avete pagato i loro salari, e così via. Dobbiamo chiederci se sono i frutti di quella cooperazione a non essere equamente distribuiti, o se il tutto è stato un odioso sfruttamento. Il fatto che tu ti faccia da parte e ti dichiari esente dal rispetto delle leggi ridistributive che Petunia e i suoi amici vogliono approvare è come la storia del ladro che dice che si può firmare un contratto con un regime che considera lecito il furto (almeno per quanto riguarda i membri di quel regime che rubano a membri di altri regimi), così che lui non è soggetto alle leggi che le sue vittime vogliono approvare. Puoi staccarti dalla loro autorità, ma loro non possono staccarsi dalle esternalità che tu butti su di loro.”

Un panarchico potrebbe rispondere ai liberal rawlsiani in tanti modi, ma sospetto che il più efficace consista nel dimostrare, seguendo le linee suggerite dai libertari di sinistra, che è proprio l’assenza di una panarchia (ovvero la presenza di uno stato monopolistico) ad essere responsabile principale della disparità economica di cui parlano i rawlsiani. Ma questo significherebbe schierarsi su questioni sulle quali almeno alcuni panarchici vorrebbero mantenere la neutralità, come i meriti relativi dell’analisi economica dei libertari di sinistra e di destra.

Markets Not Capitalism
Organization Theory
Conscience of an Anarchist