Recensione: Il Manifesto Socialista

Di Kevin Carson. Originale pubblicato il 15 luglio 2019 con il titolo Review: The Socialist Manifesto. Traduzione di Enrico Sanna.

Ho iniziato a leggere questo libro con un certo entusiasmo, pensando che mi sarebbe piaciuto, perché sono un fan delle analisi che pubblica Jacobin. In generale, il socialismo promosso da loro rientra nella categoria del socialismo libertario (autonomista, postcapitalista e così via) con cui mi trovo in sintonia. E in effetti non mi ha deluso. Ma ci ho anche trovato, assieme alle buone cose, altre cose che avrebbero potuto benissimo essere lasciate fuori, o almeno riassunte.

Nel primo capitolo Sunkara illustra tre scenari che rappresentano la vita dei lavoratori in altrettanti modelli economici: quello capitalistico attuale, quello socialdemocratico e un’ipotetica futura società socialista. Il resto del libro è formato da una serie di capitoli che trattano della storia del movimento socialista e una parte in cui delinea la sua proposta di movimento socialista sotto le condizioni attuali.

I due scenari capitalista e socialdemocratico, nella prima parte, potevano essere ridotti a qualche paragrafo ognuno. La parte storica ricalca la parte analoga in Socialism, di Michael Harrington: i successi e gli errori del marxismo-leninismo, la socialdemocrazia e il socialismo terzomondista e le conclusioni che si possono trarre da tutto ciò. La parte espositiva avrebbe dovuto essere molto più succinta, lasciando più spazio alle conclusioni.

Detto ciò, le parti che apprezzo sono molto buone e giustificano l’acquisto. Del suo approccio apprezzo molte cose, se non quasi tutto. Come tutti i testi socialisti e anarchici che approvo, anche questo evita lo stanco dibattito tra “riformisti” e “rivoluzionari” per invitare, invece, ad “un radicalismo consapevole delle difficoltà di un cambiamento rivoluzionario ma anche degli enormi vantaggi ottenibili con le riforme.”

Il suo genere di socialismo democratico, esemplificato da un’immaginaria America socialista negli anni 2030, è, come l’immagine, piuttosto avvincente. È un misto di Oskar Lange, Guy Alperovitz, Elinor Ostrom, orizzontalismo argentino e reddito di base. Lontano, quindi, dal modello stalinista basato sulla proprietà statale e la pianificazione centrale, ma anche dal modello socialdemocratico basato sulle nazionalizzazioni di Atlee e Morrison, modello in cui l’industria di stato, invece di essere autogestita dai lavoratori o da cooperative di azionisti, è data in gestione a gerarchie manageriali private che fanno capo al governo, che fa da proprietario assenteista.

Le imprese fallite, quelle che impiegano più di cinquanta lavoratori e quelle occupate dai loro lavoratori verrebbero nazionalizzate e autogestite dai lavoratori stessi; questi ultimi pagano un’imposta fondiaria e sui beni capitali, “una sorta di affitto da pagare alla società nel suo insieme.” La tassa sui capitali finisce in un fondo nazionale per gli investimenti (parte per le infrastrutture e parte per le banche regionali d’investimento che finanziano le startup), mentre l’imposta sul reddito dei lavoratori paga i servizi sociali (compreso un reddito di base che garantisce una vita decente). Il mercato del lavoro salariato è abolito, e la paga dei lavoratori-proprietari viene dai guadagni dell’azienda. Grazie alle migliorie tecniche, la settimana lavorativa è breve. Le aziende sono in competizione tra loro e possono fallire, ma data l’esistenza di un reddito di base le prospettive per i lavoratori non sono terribili. L’automazione, che si traduce in meno ore lavorate, è apprezzata.

Tornando ai concetti complementari di “riforma” e “rivoluzione”, l’approccio di Sunkara ricorda le “riforme non riformiste” di Gorz. La strada per il postcapitalismo, dice, non aggira riforme e socialdemocrazia, ma le attraversa. Le “riforme” socialdemocratiche devono essere adottate, non come distrazione o come sostituto del capitalismo, ma per trarre vantaggio dalle aperture attualmente a portata di mano, salvo poi usare il mutato equilibrio di potere per lanciare nuovi attacchi. Un giorno sì e l’altro pure.

Oggi si parla tanto di “socialismo democratico”, che per me è sinonimo di “socialismo”. La differenza rispetto alla socialdemocrazia non è solo l’esistenza o meno della proprietà privata capitalista in una società giusta, ma il modo in cui si lotta per le riforme. I migliori socialdemocratici attuali vogliono lotte politiche macroeconomiche dall’alto a sostegno dei lavoratori. Pur non rifiutando ogni genere di competenza tecnica, il socialista democratico sa che occorre una lotta di massa dal basso e profondi sconvolgimenti per generare un cambiamento che sia profondo e durevole.

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Michael Harrington diceva che un estremista dovrebbe “camminare sul filo del rasoio”. Dobbiamo “essere onesti verso l’immagine socialista di una nuova società” e “collegare questa immagine ai movimenti in lotta non per trasformare il sistema, ma per guadagnare un minimo di dignità o anche solo un pezzo di pane.” In vari momenti, noi socialisti americani ci siamo autoemarginati, costringendoci ad un’esistenza settaria, o abbiamo affidato la nostra identità al Partito Democratico o ai liberal in cambio di visibilità. Camminare sul filo del rasoio significa creare strategie elettorali che possano rappresentare i distinti interessi dei lavoratori, ma senza chiedere agli elettori di sostenere immediatamente insostenibili candidature di terze parti. Ma dobbiamo anche crescere e democratizzare radicalmente il movimento dei lavoratori, senza chiedere a questi ultimi di fidarsi ciecamente di inedite “unioni rosse”.

Nonostante l’elezione di Trump e dei suoi simili etnonazionalisti altrove, nonostante la rinascita delle forze più reazionarie, Sunkara è ottimista riguardo il futuro. Dalla crisi del 2008 è emerso un rinato movimento socialista, con esempi che vanno da Occupy a Black Lives Matter agli scioperi generali degli insegnanti nel 2018, fino alle rivolte di sinistra contro uomini di partito come Bernie Sanders e Jeremy Corbyn.

Si tratta ora di capire se nonostante l’attuale violenta classe di potere, che cerca in tutti i modi di allargare il divario tra chi ha e chi non ha, possiamo ancora creare una duratura politica socialista in America. La popolarità del socialdemocratico Bernie Sanders e l’attivismo stimolante di questi ultimi anni inducono anche i pessimisti a pensare di sì.

Ma Sunkara ammette anche che seguire il labile tracciato che porta alla transizione sistemica rivoluzionaria senza errare comporta difficoltà pratiche.

È impossibile risolvere il dilemma della socialdemocrazia, che nonostante l’anticapitalismo teorico, dipende sempre dalla capacità di profitto delle aziende capitaliste. Non si aspira ad un’economia politica alternativa fin dai tempi delle commissioni sulle nazionalizzazioni tra le due guerre. Parimenti, tentativi di immaginare una socializzazione più graduale partendo dall’attuale stato sociale sono stati abbandonati alla fine degli anni settanta con la castrazione in Svezia del Piano Meidner. Ma questo non significa che non esistano le condizioni per fare riforme vincenti qui e ora. Prendiamo gli Stati Uniti, un paese ben lontano dal cozzare contro i limiti della socialdemocrazia. Medicare for All, ovvero la demercificazione di un sesto della principale economia mondiale, non è poi un obiettivo irraggiungibile. Possiamo anche garantire l’accesso ad una buona alimentazione, un alloggio sicuro, l’assistenza gratis per i minori, e istruzione pubblica a tutti i livelli. Altre richieste dovrebbero ruotare attorno alla libertà di riunirsi in sindacati e di contrattare collettivamente, contribuendo a ricostruire quell’azione politica necessaria a sostenere e rafforzare le riforme.

“Vincere le elezioni,” come dice lui, “non significa guadagnare potere.” La proposta di Sunkara in proposito ricorda la divisione del lavoro, citata da Toni Negri e Michae Hardt in Declaration, tra movimenti sociali orizzontalisti e politica elettorale di sinistra. Negri e Hardt pensavano soprattutto alla relazione tra movimenti e partiti in America Latina, ma la relazione tra Syntagma e Syriza in Grecia potrebbe facilmente rientrare nel fenomeno. Sia in Grecia che in Venezuela tale relazione è fallita. Il governo di Syriza e il governo Chávez-Maduro hanno risucchiato energie dalle lotte portate avanti, rispettivamente, da Syntagma e dal Movimento Bolivariano, li hanno cooptati al punto che il fallimento del governo ha significato il fallimento anche del movimento.

Sulla Grecia, Theodoros Karyotis nota:

Durante gli anni dell’opposizione all’attacco neoliberale, due sono stati gli ideali politici promossi dai movimenti sociali: da un lato, la politica come “arte del possibile”, riconducibile alla crescente influenza di SYRIZA sulle lotte sociali; dall’altro, la politica come realizzazione pratica della fantasia radicale e della sperimentazione, mandata avanti dalle forze alternative condivise.

A partire dal 2010, la forte crisi di legittimità del sistema politico e di tutto ciò che gli sta attorno (partiti, sindacati e altro) ha promosso nuovi soggetti politici con programmi innovativi che miravano a sfidare lo stato e il mercato capitalista come principi organizzativi dominanti della vita sociale, proponendo nuovi percorsi che conducessero al benessere sociale e economico. Erano movimenti basati sui principi di uguaglianza, autogestione e partecipazione, che proponevano modelli innovativi per l’uso e la gestione dei beni comuni.

Anche quando non lo dicono apertamente, questi movimenti sono fortemente anticapitalisti in quanto mirano a tagliare l’ossigeno al capitalismo europeo indebolendo la presa del mercato sulla società (tramite l’occupazione del posto di lavoro, l’economia solidale, il baratto organizzato, la sovranità alimentare e altro simile) o opponendosi alla mercificazione dei beni naturali comuni (con movimenti antiminerari e contro la privatizzazione dell’acqua, ad esempio).

Nonostante gli sforzi ammirevoli di innumerevoli persone in tutto il paese, questi movimenti comunitari non hanno prodotto un’espressione politica, laddove per politica non si intende necessariamente elettorale, ma piuttosto una forza unificante che metta assieme i vari esperimenti nel campo della creatività sociale fino a formare una proposta coerente di cambiamento sociale. SYRIZA, approfittando di queste lacune dei movimenti, è riuscito a cavalcare lo scontento e costruire una solida egemonia tra le tante lotte sociali degli ultimi cinque anni.

Un’egemonia che ai movimenti è costata cara. Data la sua natura, SYRIZA è in grado di captare quelle lotte che prevedono uno stato forte in qualità di mediatore degli antagonismi sociali. Il risultato è stato l’eliminazione di quelle richieste che non rientrano in una coerente attività dello stato, compresi molti progetti che ruotano attorno all’autogestione dei beni comuni.

Similmente in Venezuela, sostiene Steve Rushton, le istituzioni di base non furono affatto una creazione dello stato bolivariano, tutt’altro. Fu il “comunalismo dal basso” a portare al potere Hugo Chávez.

La rivoluzione venezuelana ha due poli: un clientelismo burocratico e autoritario opposto ad una politica di sinistra dal basso. Fu quest’ultima a portare al potere Chávez nel 1998 dopo anni di lotte nei barrios.

“Non solo lo stato non creò le comuni,” scrive George Ciccariello-Maher, “ma il grosso dell’apparato statale le odia.”

Questo è particolarmente vero se consideriamo i politici eletti, compresi i chavistas, che odiano dichiaratamente queste espressioni democratiche di base che invadono il loro territorio, tolgono loro risorse e minacciano la loro legittimità di leader. Così, mentre parlano di rivoluzione e popolo vestiti di rosso, nella pratica i leader attaccano, danneggiano, ostacolano le espressioni più rivoluzionarie e partecipate dell’attuale società venezuelana.

Sunkara propone, specificamente, una divisione del lavoro che affidi ai movimenti sociali il compito di continuare a far pressione dall’esterno sui partiti radicali al potere.

Come ricavare qualcosa dal voto? È difficilissimo realizzare con il voto una socialdemocrazia che faccia la lotta di classe, perché i candidati sono esposti al compromesso e alle pressioni strutturali: amministrare uno stato capitalista richiede il mantenimento della fiducia delle imprese e il profitto. Questo è il problema affrontato dal governo di Mitterrand. La soluzione passa per la nostra capacità di fare pressione. Scioperi e proteste di piazza possono riportare alla disciplina un eletto che non segue il programma ridistributivo, e possono anche costringere le aziende a fare concessioni.

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La questione é: come possiamo fare in modo che un governo di sinistra resti al suo posto abbastanza a lungo da garantire qualche successo (senza arrendersi subito come ha fatto Syriza)? In particolare, come facciamo a realizzare quelle “riforme non-riformiste” che non solo portino benefici ai lavoratori nel breve termine, ma che diano loro la possibilità di vincere le battaglie che tali riforme sicuramente scateneranno?

Fin qui sono pienamente d’accordo. Il problema è che non si va abbastanza a fondo. Oltre a mantenere la pressione sui partiti radicali al potere affinché mantengano le promesse, secondo me occorrerebbe mantenere una certa distanza tra se stessi e i partiti al potere così che si possa 1) fare il “poliziotto cattivo” contro il “poliziotto buono” del regime politico di sinistra quando si tratta con il capitale, e 2) negarsi ad un governo radicale, negargli qualunque possibilità di controllo del movimento sociale quando questo si pone contro il capitale globale, anche in violazione degli accordi fatti da tale governo con il suddetto capitale globale.

Cosa più importante, se da un lato riconosco che è importante che i movimenti sociali premano sullo stato dall’esterno e che la politica radicale crei un ambiente positivo o favorevole all’edificazione di una società postcapitalista, dall’altro non attribuisco alla politica l’importanza che gli attribuisce Sunkara; credo invece che la lotta diretta sia più importante che edificare le istituzioni di una società postcapitalista “nel guscio della vecchia società”. Qualunque sforzo politico deve avere un’importanza secondaria, deve essere d’aiuto a quello che Erik Olin Wrightchiamava approccio interstiziale (vedi il capitolo 10).

La funzione primaria della lotta politica consiste in un’operazione di disturbo volta a edificare contro-istituzioni prefigurative, o, ripeto, nel creare condizioni di fondo relativamente favorevoli perché questo accada. Nella migliore delle ipotesi, un regime di sinistra che adotti politiche come il reddito di base universale, che si finanzi seguendo la Teoria Monetaria Moderna o tramite banche pubbliche piuttosto che con le tasse e il debito ad interesse, che cominci a smantellare il regime dei brevetti e copyright, a depenalizzare droga e prostituzione, a riformare/abolire il carcere eccetera, sarebbe un enorme passo avanti rispetto alla situazione attuale in fatto di politiche costrittive.

Pressioni e sabotaggi da parte dei movimenti sociali di massa possono far salire i costi operativi del capitale, esacerbare la tendenza alla crisi del capitalismo, accelerare il passaggio da un’economia aziendale ad una contro-economia condivisa. Tra i possibili obiettivi:

• l’aumento dei costi di estrazione dei combustibili fossili tramite l’azione diretta contro la costruzione di oleodotti, il sabotaggio, campagne di disinvestimento, ostruzionismo normativo e legale eccetera;

• sindacati estremisti impegnati in lotte comunitarie, azioni dirette come sabotaggi dichiarati, scioperi bianchi e finti congedi per malattia (azione minacciata dagli assistenti di volo contro Trump), attacchi contro i punti nevralgici delle catene di fornitura e distribuzione just-in-time (l’attacco del movimento BDS contro i mercantili israeliani è un buon esempio di quello che si può fare, tra gli altri, contro Amazon);

• sciopero del debito, anche in coordinazione con i default di massa del debito pubblico nei paesi in via di sviluppo;

• riprendere la pubblicazione massiccia di documenti riservati che distrusse intere aziende ai tempi d’oro di LulzSec;

• eccetera.

Ma tutto questo è solo un modo per acquisire spazio, per accelerare l’impegno primario che è l’edificazione di una nuova società. L’obiettivo principale dovrebbe essere rappresentato da cose come cooperative agricole, coresidenze e altre unità sociali per la messa in comune di redditi e costi, orti comunitari, micromanifatture e riparatori in nero, biolaboratori faidatè per la produzione di medicinali piratati, wifi libero, monete alternative, e mille altri semi da piantare per far crescere quella contro-economia condivisa di cui parla Massimo de Angelis in Omnia Sunt Communia.

Aggiungo che esiste una sorta di via di mezzo tra la politica e la costruzione di nuove istituzioni, una via rappresentata dai movimenti municipalisti post-M15 a Barcelona and Madrid, iniziative simili, in altre parti d’Europa e in tutto il mondo, per la creazione di economie condivise (di cui LabGov rappresenta un’eccellente fonte d’informazioni), e programmi come Cleveland’s Evergreen Initiative e Cooperation Jackson. Se si riesce a spingere le autorità in direzione della transizione post-stato e post-capitalista, trasformandole in piattaforme di supporto della società civile sulmodello dello Stato partner (fino a farle “appassire” mettendo l’“amministrazione delle cose” al posto dell’autorità legale sulle persone), l’ambito municipale è il punto di partenza più plausibile.

Il difetto più grande del Manifesto è il fatto che trascuri questi tentativi di edificazione diretta di una società democratica non-capitalista. La cosa è particolarmente deludente visti i numerosi autori di Jacobin che parlano della transizione postcapitalista come di un lungo processo in gran parte interstiziale.

Nonostante i moniti e le critiche, il mio giudizio sul libro è generalmente positivo. Casualmente, quando ho cominciato a leggere il libro ho trovato un articolo sul Guardian che parlava di una “new left economics” che abbandona l’idea tradizionale del potere statale burocratico per abbracciare un nuovo paradigma democratico che ruota attorno a questioni come: “A chi appartengono le risorse? Chi comanda in questa azienda?” Secondo Joe Guinan e Martin O’Neill di Democracy Collaborative, questo nuovo paradigma punta anche a far sì che ogni comunità generi la propria economia.

The Socialist Manifesto rientra perfettamente tra le sempre più numerose opere associate a questo nuovo paradigma. Io lo raccomando!

The Anatomy of Escape
Fighting Fascism
Markets Not Capitalism
Free Markets & Capitalism?
Organization Theory
Conscience of an Anarchist