Aiutateci a Sprofondare al “Fondo del Fondo dell’inferno”

Di William Gillis. Originale pubblicato il 13 ottobre 2018 con il titolo Help Us Develop “Even Lower Rings of Hell”. Traduzione di Enrico Sanna.

Questa settimana abbiamo celebrato il dodicesimo anniversario della nascita del Center for a Stateless Society. È stata una corsa scatenata, con molti su e giù. Ma in un modo o nell’altro siamo riusciti a edificare uno dei siti di questioni anarchiche più di successo dal 1908, quando chiuse i battenti la rivista Liberty. Quanto a bizzarrie, siamo diventati un’istituzione.

Un’istituzione bizzarra e ribelle e piena di punti di vista diversi, come dimostra il simposio ospitato da noi sulla proprietà, la democrazia e l’antifascismo. Comunque un’istituzione conviviale. Mi piace pensarla come un monastero dalle mura spesse, in cui possono trovare rifugio i disertori delle macchine da guerra ideologiche e collaborare tra loro con ampie discussioni pur mantenendo i propri principi e la propria coscienza.

C’è un mormorio di fondo nella nostra epoca che suona più o meno così:

Ci sono solo due squadre e le idee, le opinioni della squadra nemica non contano nulla. Tutto ciò che li fa andare in bestia è buono, e più vanno in bestia e meglio è. Qualunque argomento tirino fuori, è un male.

Noi dissentiamo.

Due anni fa, mentre celebravamo il decimo anniversario, un’organizzazione autodefinitasi “libertaria” pubblicò un video in cui Walter Block, fondatore di “Libertari per Trump” e difensore degli espropri[1], diceva che noi meritavamo il “fondo del fondo dell’inferno”, mentre il seguace del “realismo razziale” Hans Hermann Hoppe davanti al suo uditorio ci promuoveva a “Nemico numero uno”.[2]

Questa attenzione, questa feroce condanna ce l’eravamo meritata, dicevano, con la nostra apostasia, perché avevamo avuto la faccia tosta di leggere i loro testi sacri e di averci trovato difetti, tanto che abbiamo continuato la nostra ricerca su certe figure storiche andando oltre il punto in cui loro si erano fermati. Questa collera non è affatto nuova, ma sono dieci anni che elementi reazionari delle due tribù dei libertari e della sinistra ce la scagliano addosso.

Non occorre andare lontano per trovare parole che ci denunciano come fascisti o bolscevichi perché abbiamo osato opporci con coerenza al potere a prescindere dalla bandiera. Siamo un pericolo proprio perché, con la nostra esistenza, rovesciamo le false dicotomie che molti vorrebbero imporre.

Pensiamo che per seminare e far crescere una società liberata occorra qualcosa di più di un elenco semplicistico di ovvie violazioni della proprietà. Pensiamo che la compassione e l’intolleranza verso lo sfruttamento e il dominio in tutte le forme costringano a trovare soluzioni coerenti con quegli stessi valori, senza mai passare dalla violenza dello stato. Crediamo nei mercati non perché, basandoci su calcoli sofisticati, ci illudiamo che i privilegi e le regole della nostra economia continueranno e si rafforzeranno anche senza il sostegno violento sistematico dello stato, ma perché ciò che il mercato promette è la possibilità unica di soddisfare i bisogni di tutti. Crediamo in un’interrelazione egalitaria non perché animati da un qualche collettivismo piatto che mette da parte e deride la libertà individuale a favore di semplicistici conflitti astratti con i loro sedicenti amministratori, ma solo perché capiamo che la nostra libertà dipende dalla libertà degli altri.

Siamo apostati, ci accusano da ogni parte di essere corruttori ed entristi. E però stiamo vincendo.

Il 20 marzo 2003, mentre bloccato in un ponte protestavo contro l’invasione dell’Iraq, ebbi una discussione con uno svitato contromanifestante di Free State Project che faceva l’uomo sandwich. Mentre i poliziotti si preparavano a spaccare teste, noi discutemmo fino ad ora tarda. Parlai con lui in buona fede, anche se aveva torto su molte cose, e andai via turbato da alcuni suoi argomenti. Pensavo di essere una buona persona di sinistra, un buon anarco-comunista, ma ora sentivo che dovevo prendere le armi in mano, difendere il mio pensiero dal fuoco delle opinioni contrarie, anche quelle più assurde. Così, quando tornai a casa rimasi sveglio tutta la notte a leggere le opinioni degli altri. Mi ritrovai a leggere Hayek, Mises, Coase, Ostrom, e poi Rothbard e Friedman e Konkin e così via. Avevo sete di domande difficili, volevo che qualcuno mi mettesse alla prova con questioni che venivano da ogni angolazione. Quando emersi da quella prova mi ritrovai senza una casa. Pochi, da entrambe le parti, osavano scavalcare la barriera e scambiare idee con Il Nemico, e meno ancora erano quelli che sopravvivevano alle pattuglie, alla polizia immigratoria e ai costruttori di muri.

Durante gli anni seguenti vidi una manciata di voci solitarie, esiliate, disperse nel deserto, riunirsi fino a diventare una comunità di poche decine e poi un milieu di migliaia.

Center for a Stateless Society è diventato l’avanguardia di questi rinnegati, il centro simbolico di una rete che si allarga senza un centro.

Mediamente, riceviamo qualche centinaio di dollari al mese in piccole donazioni.

Soldi che vengono spesi mensilmente per produrre articoli e editoriali. Abbiamo conquistato contatti e rispetto che ci son valsi la pubblicazione dei nostri editoriali in innumerevoli giornali in tutto il mondo. Abbiamo traduzioni in quindici lingue, pubblichiamo regolarmente commenti in portoghese e spagnolo, e ultimamente anche la traduzione completa di Studies In Mutualist Political Economy. Sette anni fa abbiamo pubblicato Markets Not Capitalism, che negli anni a seguire ha avuto un significativo impatto sul discorso politico radicale. Attualmente, stiamo preparando un’altra mezza dozzina di libri. Pubblichiamo lunghi studi dettagliati e ospitiamo simposi. Abbiamo una produzione di massa di riviste e pamphlet, che poi distribuiamo ad attivisti e accademici in occasione di eventi negli Stati Uniti. E partecipiamo ad innumerevoli conferenze e comitati.

E facciamo tutto quasi con nulla.

Immaginate cosa potremmo fare se avessimo di più.

Oggi il discorso politico è disperatamente tribale. Le buone idee restano chiuse in fortezze protettive, tra persone che si parlano esclusivamente tra loro e che guardano con sospetto e ostilità tutto ciò che sa di diversità. Abbiamo il record mondiale di abbattimento di confini, entro cui coltiviamo le migliori intuizioni di tutte le tradizioni, in quello che è il fiorente giardino della libertà.

Ogni mese facciamo salti mortali per tenere assieme il pranzo con la cena. A volte il personale di base deve infilare la mano nella tasca polverosa per tenere a galla la barca. Forse non andiamo da nessuna parte. Ma ogni dollaro è un passo in più. Facciamo miracoli per tradurre i testi in decine di lingue diverse, arrivando in paesi in cui l’anarchismo di mercato, o semplicemente l’anarchismo, non ha una presenza reale. Cerchiamo di far arrivare i nostri libri nelle biblioteche di tutto il mondo. Cerchiamo di attirare una varietà di collaboratori da tutto il mondo, e promuoviamo conferenze e seminari. Potete contribuire in vari modi, ma molti di questi modi sostanzialmente richiedono soldi.

Se vi piace quello che facciamo, se volete una politica radicale che non tema il dialogo fuori dall’ermetico tribalismo politico, e che tuttavia riesca a mantenersi lungo una linea coerente, considerate la possibilità di fare una donazione. Abbiamo molti progetti in preparazione, e molti altri potrebbero nascere grazie al vostro aiuto.


Note:

1. https://c4ss.org/content/51387

2. https://www.youtube.com/watch?v=rzfm9O7TcW8

Free Markets & Capitalism?
Markets Not Capitalism
Organization Theory
Conscience of an Anarchist