“Pubblico-Privato”: Pubblici Costi, Privati Profitti

Di Kevin Carson. Originale pubblicato il primo agosto 2017 con il titolo “Public-Private Partnership”: Public Cost, Private Profit. Traduzione di Enrico Sanna.

Anche se il programma infrastrutturale pare accantonato, tanto che neanche viene citato più, finora Trump ne ha parlato in termini di “collaborazione pubblico-privato”. Da qui, come c’era da aspettarsi, la gioia dei soliti noti della destra libertaria.

Per qualche ragione, ogni tanto ricevo email da un tizio di nome Michael Likosky (credo che sia una connessione di LinkedIn o simile), che ha scritto meraviglie cerebrali su HuffPo sulla “collaborazione pubblico-privato” nelle infrastrutture. I due punti principali ricorrenti sono: 1) Trump farà grandi cose in campo infrastrutturale, e 2) la collaborazione pubblico-privato è la cosa più grandiosa dopo Gesù Cristo. Likosky è il principale esperto in infrastrutture presso 32 Advisers, una ditta di consulenza di alto bordo che comprende ex galoppini di politica economica di alto profilo come Austan Goolsbee, che “individua opportunità di mercato” risultanti dalla “intersezione dell’economia con la politica pubblica”. In altre parole, dicono a chi può permettersi di pagare le loro rette d’iscrizione come diventare ricchi sfruttando il welfare corporativo. Adesso è chiaro perché questa banda di parassiti è entusiasta all’idea di un fiume di incassi garantiti che finisce direttamente nei forzieri delle aziende transnazionali.

Non sorprende che anche Reason, la rivista “delle menti libere e dei mercati liberi”, gioisca all’idea di una collaborazione pubblico-privato. Ogni tanto Reason lancia qualche anatema contro qualcosa che chiama “capitalismo clientelare”, ma non fornisce una definizione coerente di questo capitalismo clientelare tranne che è una categoria che comprende la Export-Import Bank, gli stadi costruiti con soldi pubblici e poco altro. Ora, se l’espressione “capitalismo clientelare” ha una qualche sostanza, “collaborazione pubblico-privato” la riassume perfettamente. Ma, come quando si parla di “libertà di scelta scolastica” (ovvero delle clientelari scuole sovvenzionate), Reason ama tutto ciò che ha che fare con l’appalto di funzioni statali ai privati per cavarne profitto. Qualcosa di simile si può cogliere in un titolo di Nick Gillespie: “La Grande Promessa della ‘Settimana delle Infrastrutture’ di Trump”. Per Gillespie, “la collaborazione pubblico-privato non ha molti lati negativi. È un modo per aggiornare e gestire “con successo” strade, ponti e altro spendendo poco o niente.”

L’aspetto buffo è che Likosky e Gillespie inquadrano questa collaborazione come “un modo per tenere la politica fuori dalle infrastrutture” eliminando corruzione e vecchi patronati politici, quando niente come gli intrallazzi di Trump con potenziali finanzieri somiglia al “Gran Barbecue” di Vernon Parrington. Il fondo sovrano d’investimento della famiglia reale saudita si è alleato con la Blackstone (che avrà un grosso ruolo nella gestione delle infrastrutture privatizzate) per un “bottino di guerra” di 40 miliardi di dollari (nel 2013 la Blackstone ha anche prestato 400 milioni a Jared Kushner, genero di Trump). Così descrive la storia Jeff Hauser di Revolving Door Project: “Il fatto che Donald Trump abbia fatto da intermediario tra la famiglia reale saudita e grossi magnati della finanza associati ai due partiti repubblicano e democratico significa, in poche parole, corruzione e concussione”.1

Secondo Gillespie, cose come il “riciclaggio delle risorse” (per cui le aziende affittano le infrastrutture per un lungo termine dietro pagamento immediato, per poi recuperare l’investimento con pedaggi e tariffe) avverranno alla luce del sole perché l’aumento delle tariffe dovrà essere approvato dalle autorità. Visti i precedenti oscuri delle ditte che amministrano le infrastrutture privatizzate, la cosa mi suona assai poco realistica. Come nel caso della Transurban, una società che gestisce i caselli sulla Beltway di Washington, famosa per “le tariffe da rapina e le pratiche predatorie per il recupero dei crediti”: “Un autista ha fatto ricorso contro una richiesta di 3.413,75 dollari per mancato pagamento del pedaggio, tariffe e multe perché la Transurban non aveva accettato gli iniziali 104,15 dollari per mancati pedaggi.”2

I sostenitori della “collaborazione pubblico-privato”, forse intuendo che per fregare qualcuno basta fare appello al suo senso del portafoglio, fanno notare che i soldi pubblici impegnati sono pochi a fronte dei grossi investimenti privati. Come dimostra Robert Reich, però, è esatto il contrario. Oltre ai 200 miliardi di spesa pubblica diretta riconosciuti dalla propaganda di destra, il pallone sonda di Trump offre anche 800 miliardi di incentivi fiscali. Questo significa che “di ogni dollaro messo a disposizione dai privati, quello che effettivamente spendono è 18 centesimi, al netto degli incentivi, mentre gli altri 82 centesimi vengono dalle tasche dei cittadini.”3

Questo corrisponde esattamente all’opinione di Nicholas Hildyard su The Corner riguardo gli accordi pubblico-privato. Il suo libro Licensed Larceny: Infrastructure, financial extraction and the Global South è uno studio molto dettagliato sulla recente tendenza a finanziare le infrastrutture con sistemi “pubblico-privato”. Hildyard mostra come gran parte di questi progetti segua lo stesso modello di “socializzazione dei costi e privatizzazione dei profitti” che Reich individua nel piano infrastrutturale di Trump. Su scala globale i piani infrastrutturali privatizzati sono presentati, proprio come fa Trump, come un modo per fare leva sugli investimenti privati ad un costo minimo per i contribuenti, quando in realtà è vero il contrario: il pubblico paga gran parte delle spese e i “soci” privati hanno il ritorno garantito. E il tutto ruota attorno alle garanzie (dalla mia recensione di Hildyard):

Gli investitori privati fanno capire chiaramente di non essere interessati a progetti che non diano garanzie di un ritorno economico. Dice il direttore di una società di gestione di investimenti: “Potresti ritrovarti con una condotta che non vuoi toccare perché non ci sono diritti contrattuali mentre il prezzo è completamente esposto ai mercati azionari.” Ricordate quello che si diceva nella propaganda a favore del “nostro sistema imprenditoriale libero”, ovvero che “il profitto è la ricompensa del rischio”? Non è vero. Lo stato serve ad assorbire il rischio, proteggere il capitale dal rischio e garantire un profitto senza rischio.

Che una pubblicazione come Reason celebri questo genere di cose dice tutto sul fallimento morale e intellettuale della destra libertaria. È un’ideologia che sostiene di essere contro il “capitalismo clientelare” e che periodicamente ripete banalità nauseanti come “i libertari sono per il mercato, non per le aziende”. Ma è una bugia. La destra libertaria vede con favore gran parte degli esempi reali di capitalismo clientelari, e identifica “i mercati” con gli interessi aziendali.

È un altro esempio di come l’ideologia neoliberale riporta continuamente l’attenzione sull’individuale per distoglierla dallo strutturale. Criticare il “capitalismo clientelare” va bene finché si tratta di casi particolari in cui il governo promuove gli interessi di un’azienda a discapito di un’altra, o agisce in collusione con particolari individui come Elon Musk. Ma quando un’intera funzione dello stato, come l’istruzione o le autostrade, viene affidata in blocco all’industria privata, che opera entro una rete di protezioni e sovvenzioni, con il profitto garantito per la classe parassitica di dirigenti aziendali e investitori oltre che per i burocrati statali, allora parlano di “riforma di libero mercato”.

Questo modello strutturale, basato sull’affidamento di funzioni statali al capitale privato a spese del pubblico e con un profitto garantito per il privato, il tutto entro una rete monopolistica e protetta dallo stato, è al cuore di quella che sotto il neoliberalismo viene chiamata “riforma di libero mercato”. Lo stato è strutturalmente centrale in tutti i modelli neoliberali di “riforma di libero mercato”; oggi come sempre, il modello Reagan-Thatcher di capitalismo dipende dallo stato per l’accumulazione e la realizzazione dei rientri economici. Qualunque pretesa di riduzione del ruolo dello stato nel capitalismo è una bugia. È impossibile distruggere lo stato senza, come conseguenza immediata, distruggere anche il capitalismo.


Note:

1. David Dayen, “Trump’s ‘America First’ Infrastructure Plan: Let Saudi Arabia and Blackstone Take Care of It,” The Intercept, 27 maggio.

2. Lee Fang, “Private Toll Operators Salivate Over Trump’s Infrastructure Plan,” The Intercept, 17 giugno.

3. “Scam alert: Trump’s $1tn ‘infrastructure plan’ is a giveaway to the rich,” The Guardian, 10 giugno.

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