Smontiamo lo Stato Etnico Bianco

[Di Emmi Bevensee. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 10 aprile 2017 con il titolo Debunking the White Ethno-State. Traduzione di Enrico Sanna.]

Prima parte di una serie a critica dell’idea di una supremazia bianca.

L’argomento classico sostenuto da destra alternativa, neonazisti, e anarchici nazionalisti è che la fiducia sociale è più alta in quei paesi con un più alto grado di omogeneità etnica. E aggiungono che dove c’è più fiducia c’è meno crimine e corruzione, e dunque si vive meglio. A difesa di ciò, citano spesso studi dei loro paesi preferiti: Giappone e Russia.

Pure e semplici bugie. Giappone e Russia hanno un indice di fiducia relativamente basso rispetto a molti altri paesi multietnici come la Nuova Zelanda. Nel caso della Russia, la fiducia sociale è ancora meno che negli Stati Uniti! Aggiungiamo poi (quelli che un occidentale potrebbe considerare) paesi etnicamente omogenei in Sud America e Africa, che hanno indici bassi. L’opinione dei suprematisti bianchi, secondo cui c’è correlazione tra fiducia e melanina, è reso ancora più ridicolo dal fatto che paesi europei come Polonia, Lituania e Lettonia hanno indici molto sotto il 25%. La popolazione americana, instabile, varia e divisa, è attorno al 39%. I suprematisti, da opportunisti, stanno solo cercando un argomento da piegare per confermare la loro fede. Questo spiega una serie di condizionamenti come la dissonanza cognitiva, il bias di conferma, la “razionalità” strumentale e l’indagine ascientifica. Il lustro accademico che vorrebbero dare alle loro idee è un inganno calcolato. La storia dimostra come il nazionalismo etnico sia economicamente insostenibile.

Fiducia

Gli indici di fiducia riguardano una vasta gamma di fenomeni ma sono anche determinati da molteplici fattori. Pensare che la fiducia si riassuma in un “siamo tutti bianchi” è una favoletta che ignora secoli di massacri reciproci in Europa. “Ma non è solo la razza,” dicono. “È anche il fatto che siamo tutti cristiani!” Per nulla. È dimostrato che la religione non è un fattore statisticamente determinante della fiducia quando si tratta di dominare variabili come il trauma. I cristiani fanno presto a notare le divisioni settarie dell’Islam, ma dimenticano convenientemente una lunga storia di guerre e frammentazioni settarie cristiane.

L’omogeneità etnica avrebbe una qualche correlazione con la fiducia, ma correlazione non significa causa. La forte correlazione tra fiducia e sviluppo economico, ad esempio, non spiega quale dei due è causa dell’altro. Può darsi che una forte fiducia sia alla base di un miglioramento economico, ma è più probabile che un alto sviluppo economico dia come risultato meno delinquenti che erodono la fiducia.

I paesi africani con un basso livello di fiducia e un alto grado di omogeneità razziale (cioè agli occhi del suprematista bianco sono semplicemente neri perché per lui la cultura ha come unico indicatore il colore della pelle) devono essere inseriti nel contesto. Smentiscono il nesso razza-fiducia e allo stesso tempo smontano le teorie genetiche sulla civiltà bianca. È stato dimostrato che il basso livello di fiducia in molti paesi africani può essere ricondotto alla tratta transatlantica e transpacifica degli schiavi. Bianchi e colonizzatori basavano stabilità e fiducia a spese degli schiavi africani, condannando così molte popolazioni africane a secoli di disuguaglianza razziale e bassi livelli di fiducia. L’edificazione e la distruzione della libertà sono indubbiamente alla base di una perdita di fiducia in un popolo.

L’unico modo efficace per creare un’omogeneità etnica passa per la caccia alle streghe e il genocidio, cose che portano inevitabilmente ad un abbassamento della fiducia. Questo per un suprematista è un problema. Basta vedere forum suprematisti come Stormfront per trovare inevitabilmente persone che dibattono furiosamente su chi può essere considerato “bianco”. Perché “bianco” è un concetto controverso: sulle persone da uccidere o deportare non c’è consenso. Il concetto di bianco è sempre stato un contenitore storicamente fragile.

Nel suo libro Carnal Knowledge and Imperial Power, Ann Laura Stoler analizza dati d’archivio dei tribunali nelle colonie giavanesi, dove giudici imperiali cercarono di stabilire se certe persone dovessero essere classificate come bianchi o indigeni. Crearono una serie di test e indicatori: il modo di parlare, le amicizie, la struttura ossea, le maniere a tavola eccetera. Nonostante ciò, facevano sempre fatica a categorizzare (e dunque colonizzare e controllare) certi soggetti coloniali. Pur disponendo di tutte le risorse di un impero coloniale, non riuscivano a definire pragmaticamente il bianco in una realtà ibrida.Giustamente, Roberto D. Hernández nota:

“…[il fatto che] ebrei, italiani, irlandesi e altri immigrati dall’Europa meridionale e orientale non fossero inizialmente considerati bianchi è esso stesso una conferma di quanto sia finto il concetto di bianco, perché i “bianchi” sono il risultato storico di un processo politico e non un fatto immutabile di un popolo o di un gene biologico individuabile.”

Fa ridere pensare che pochi attivisti della destra alternativa riuniti in un seminterrato siano incappati in una serie di verità empiriche quando l’intero contesto si basa sulla nozione instabile e mutevole di bianco. Tentando di determinare chi debba essere classificato come bianco, il suprematista riecheggia la caccia alle streghe dei maccartisti: sparge il seme del tradimento e corrode le fondamenta della fiducia in tutte le sue interazioni con gli altri.

Scambio Volontario

L’argomento economico fondativo delle società ad alta fiducia è che “praticamente tutte le transazioni commerciali hanno al loro interno un elemento di fiducia; almeno quelle transazioni fatte in un certo periodo”. Se si è costretti a giudicare un potenziale cliente o una ditta sulla base del colore (e non, più ragionevolmente, della loro fidatezza), ecco che l’economia ne risente fortemente. Secondo il suprematista, i bianchi devono trattare e fare affari con bianchi purosangue. Un vero suprematista non può in buona fede dare soldi ad un non-bianco. Deve soltanto sostenere attività di proprietà di bianchi e boicottare tutto ciò che appartiene ad altri.

Immaginate un consumatore nazista, durante la Repubblica di Weimar, che cerchi di capire quanto è ariano ogni negoziante con cui ha a che fare. Sprecherebbe un sacco di tempo alla ricerca di una ditta “accettabile”. Questi limiti, imposti alla concorrenza e alla diversità di scelte del mercato, condannerebbero il benessere economico. Escludendo i non-bianchi, il suprematista spende di più e riduce le scelte, e si autoesclude sistematicamente dalle opportunità offerte a chi non è bigotto. Estendendo il concetto a tutta la società, si capisce che il razzismo è un modo molto costoso e del tutto insostenibile di garantire la fiducia in una società. Il suprematista contribuisce direttamente alla povertà e alla perdita di fiducia tra bianchi, distruggendone la coesione. La consapevolezza di ciò ha effetti devastanti sul mito suprematista secondo cui una forte fiducia è conseguenza di una forte omogeneità razziale. Gli attuali neonazisti cercano di aggirare il problema incoraggiando la vendita di droghe nelle comunità povere di colore. Ma anche questo gli si ritorce contro: è chi vende a sviluppare dipendenza dalle droghe con cui cerca di avvelenare neri e ispanici. Ancora una volta, vittime dei loro ideali, si sono cacciati nell’angolo dell’auto-genocidio bianco.

L’idea secondo cui il libero scambio mal si concilia con il pregiudizio, che sia personale o strutturale, non è affatto una novità. Voltaire citava la ricerca del profitto nella Borsa di Londra come modo per vincere i condizionamenti razziali e religiosi. Questa logica, per quanto semplice, si applica ancora oggi a datori di lavoro e consumatori. Alcuni degli oppositori più in vista dell’apartheid sudafricano erano imprenditori sudafricani bianchi che non volevano perdere manovalanza affidabile (per mansioni spesso pericolose, intendiamoci). Al contrario, i sindacati bianchi promuovevano la discriminazione ma erano poco propensi ad entrare nelle miniere. Il problema razziale in relazione all’impiego ha colpito anche la lotta per il salario minimo negli Stati Uniti. Le persone erano spesso disponibili a lavorare per meno della loro controparte bianca e trovavano sistematicamente chiuse le porte dei sindacati anglosassoni. Si pensava che aumentassero il loro salario abbassando quello dei bianchi di conseguenza. Meglio lavoratori neri disoccupati purché non influissero sul salario. Non meraviglia il fatto che in prima fila nella lotta per il salario minimo ci fossero bianchi iscritti ai sindacati. Certo una giusta paga è un bene. Ma, almeno in questo caso, dubbi incentivi economici poterono contro il razzismo più degli incentivi etici. Nella lotta dei lavoratori, l’evidenza delle scelte contrastava con i principi morali dichiarati da tanti.

Nota: Gli Wobblies furono tra i primi sindacati agli inizi del Novecento a collaborare con cinesi, messicani, italiani, francesi e afroamericani. Gran parte degli altri si rivolgeva esclusivamente a inglesi e anglosassoni. Italiani e francesi erano considerati “latini” in senso offensivo, contro i popoli mediterranei in genere, cosa che li portò ad associarsi ai messicani in California e nel Messico settentrionale. Una panoramica interessante del fenomeno si può trovare nell’eccellente libro “Immigrants Against the State: Yiddish and Italian Anarchism in America.”

Lo Stato Etnico

“Ma in una nazione bianca,” replicano subito loro, “la concorrenza sarebbe solo tra bianchi; quindi, tutta questa storia di consumatori e datori di lavoro sarebbe insensata!” Purtroppo per loro, sarebbero insensati anche i privilegi strutturali di cui godono attualmente i bianchi in un mercato monopolistico imposto dallo stato. Improvvisamente, non avrebbero più nessuno da reprimere per mantenere alti i loro salari ed evitare lavori indesiderati. I bianchi dovrebbero svolgere tutti quei compiti orribili che storicamente erano stati scaricati sui clandestini, gli schiavi, i bianchi poveri e gli schiavi per debiti. I loro cartelli di vicinato volti ad accumulare privilegi, le loro reti di sostegno esclusivo (le loro comunità residenziali chiuse), tutto si fermerebbe. Chi andrebbe a lavorare in miniera o nelle discariche? Chi lavorerebbe per dodici ore al giorno con componenti elettronici cancerogeni? In uno stato etnico bianco sarebbero i bianchi a farlo. La razza padrona sarebbe costretta ad inventarsi un sistema di classi senza l’ausilio di ipocrite nozioni razziste e di “gerarchie naturali”.

In una società del genere, come si stabilisce chi è adatto a svolgere i lavori peggiori? Come si potrebbero mantenere bassi i salari e alti i profitti? Dovrebbero inventare un “Altro” interno, ricreare qualcosa che somigli al sistema razziale che volevano distruggere. Questo ovviamente porterebbe a risentimenti e sfiducia tra le classi. L’unica alternativa sarebbe un negoziato con nazioni esterne che, vista la loro disposizione a diversificare, avrebbero il coltello dalla parte del manico. Potrebbero infatti spostare altrove le loro attività per ragioni economiche o etiche.

Come potrebbe uno stato etnico bianco fronteggiare un’alleanza economica di paesi del sud del mondo? Non potrebbe. Si troverebbe sempre a subire il peggio in ogni operazione economica: così fanno da secoli gli imperi coloniali, orientali e occidentali, con i loro soggetti (neo-)coloniali. E anche se questo stato etnico avesse in qualche modo una forte fiducia interna (cosa improbabile, come abbiamo visto), se non riesce a produrre tutto il necessario in modo lecito finirà per diventare servo economico di nazioni economicamente più sostenibili e diversificate, o di alleanze commerciali anti-stato.

Alla fine potrebbe nascere una rivolta; le persone potrebbero capire di avere opportunità migliori fuori dalla bolla. Ecco che improvvisamente una frontiera blindata servirebbe a tenere i bianchi dentro, non gli altri fuori. La fuga di capitale umano, il fatto che i migliori e i più preparati farebbero di tutto per andarsene, rafforzerebbe l’entropia. Con la crescita del contrabbando e della contrapposizione violenta al regime bianco, i bianchi stessi troverebbero un alleato in maggioranze decentrate e diversificate. Col tempo, la nazione bianca finirebbe per adempiere al suo unico vero compito: finire in cenere ed essere spazzata via dalla storia.

Complessità Culturale, Complessità Ideologica e Sopravvivenza

Altro problema insito nell’idea di società omogenea ad “elevata fiducia” è che manca della sufficiente complessità necessaria a facilitare la memetica e l’evoluzione ideologica. Se tutti sono simili, non c’è abbastanza spazio per sperimentare, esplorare e sbagliare. L’omogeneità culturale manca di quella diversità necessaria a creare un complesso mercato delle idee. Se l’elevata fiducia viene dalla ripetizione della stessa cosa, così accade anche per la campana a morto dello sviluppo intellettuale. La complessità ideologica può nascere solo dall’espansione di un’intricata stigmergia delle idee in concorrenza tra loro per sopravvivere all’ordalia della sperimentazione e del dibattito. Se tutti sono simili, l’entropia è al minimo e lo sviluppo è frenato. I Cavalieri Bianchi dello Status Quo sono lesti ad enfatizzare l’importanza della libertà di parola. Ma è vergognoso che abbiano dirottato una premessa così forte. Per libertà di parola non intendono complessità memetica. Vogliono semplicemente usare una piattaforma pubblica per istigare la violenza paramilitare contro le minoranze. Chi non riesce a vedere oltre questo linguaggio ambiguo è cieco. La libertà di parola è essenziale in una società ricca, ma i suoi benefici si possono realizzare pienamente solo se la società è culturalmente diversa. Diversità genera sviluppo.

Un esempio convincente del sostegno alla complessità si può vedere a Córdoba, una città della Spagna meridionale. Quest’area fu conquistata e colonizzata da vari imperi, principalmente quello (cristiano) bizantino e quello (musulmano) moresco. Questi imperi fecero l’errore di trattare i colonizzati come cittadini per certi versi di seconda classe, ma l’Andalusia (Al-Andalus) divenne comunque uno dei centri europei più importanti per lo scambio intellettuale durante il califfato Umayyad. Vantava enormi biblioteche e centri di ricerca, musica (il flamenco è una combinazione di influssi nordafricani, spagnoli e tzigani), cucina, letteratura, filosofia, acquedotti e meraviglie architettoniche culturalmente ibride. Nel decimo secolo, Córdoba era la città più grande d’Europa. Musulmani, cristiani e ebrei convivevano (per lo più) pacificamente nella moresca Al-Andalus, nonostante alcune restrizioni imposte ai non musulmani, come il pagamento della jizya (una tassa per i non musulmani). C’era comunque la zakkat, la tassa di “solidarietà” dei musulmani, che forniva una sorta di assistenza sociale di cui usufruivano musulmani e non.

Mentre il resto dell’Europa medievale restava nell’oscurità, lo scambio tra culture diverse di Al-Andalus portò ad alcune delle più grandi scoperte matematiche della storia. L’accento che l’Islam poneva sull’apprendimento portò alla traduzione di originali greci, persiani e indiani, ponendo i musulmani all’avanguardia della scienza matematica del tempo. Questa diversità creò un ambiente che contribuì ad una delle fondamenta più importanti della matematica attuale: l’invenzione e la notazione del numero zero e l’algebra. Il progresso matematico permise la diffusione dello sviluppo scientifico in campi come l’astronomia, la cartografia e la geografia, da cui derivano invenzioni di importanza critica come l’astrolabio.Uno dei momenti cruciali nella riflessione di Derek, il figlio di Don Black (fondatore di Stormfront, ex Klan Grand Wizard) è stato quando, cercando di conoscere la decantata società medievale europea amata dalla sua comunità, scoprì invece quanto fosse per molti versi arretrata rispetto all’Islam di allora. La grande complessità degli intrecci generò grandi progressi in Andalusia, mentre fu l’ascesa dell’etnico-religioso (anche se non occidentale) a segnare il declino di questo punto di riferimento dello sviluppo ideologico e dello scambio. L’omogeneità va bene per il bianco latte, non per una specie che ha come fine l’evoluzione.

“Scienza”

I cavalieri dello status quo dell’estrema destra e il movimento suprematista non hanno mai esitato ad abbracciare dubbie teorie scientifiche pur di sostenere le loro conclusioni preconcette. Questo vale soprattutto in tempi moderni. I suprematisti cercano di dissociare le proprie idee dall’impresentabile passato del loro movimento facendole passare per moderne, pacifiche, razionali e scientifiche. In pubblico, Richard Spencer non esita a far notare che la sua ideale pulizia etnica sarebbe pacifica. In privato, invece, ammette che non potrebbe mai essere spontanea. Persone come Jared Taylor, nato in Giappone, hanno favorito la diffusione di nozioni dubbie come la “fiducia tramite l’omogeneità” presso caricature umane come David Duke. Il problema è che i suprematisti scelgono solo quegli studi che giustificano le loro tesi aberranti. Sfruttando pratiche disoneste come il p-hacking (tentativi ripetuti fino ad ottenere il risultato cercato), non gli è difficile trovare da qualche parte correlazioni che si conformano alle loro convinzioni. In molti casi, valide intuizioni scientifiche sono tolte dal contesto e perdono il loro significato di base.

Un sintomo importante del fatto che forse qualcuno produce scienza disonesta è quando dedica l’intera carriera alla dimostrazione di teorie ampiamente screditate, o perlomeno considerate insolute, dalla più ampia comunità scientifica indipendente. Persone come Jared Taylor storicamente hanno ricevuto finanziamenti da grosse organizzazioni eugenetiche come The Pioneer Fund, legata, come ampiamente dimostrato, alle sezioni eugenetiche del partito nazista. Questi condizionamenti preconcetti sono una disgrazia per la scienza e l’economia. Non c’è dubbio che quelle razziali sono questioni che devono essere affrontate con onestà. Non c’è dubbio che dobbiamo metterci alla prova affrontando questioni difficili alla ricerca della verità. Ma il sogno caro ai fascisti non porta al progresso. È uno sberleffo travestito da ragionamento serio. Non fate i secchioni sfigati. Non seguite Radix, Mankind Quarterly, Amren, Occidental Quarterly e The Social Contract. O, se volete continuare a seguirli, sappiate vedere oltre i loro sofismi, i camuffamenti, le trame sottili del fascismo strisciante. Ma se cercate la scienza seria, andate altrove. Se siete per la vera fiducia e l’evoluzione sociale, provate con la complessità.

Alla prossima!

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