Gli Imperi non Praticano il “Libero Commercio”

[Di Kevin Carson. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 27 gennaio 2017 con il titolo Empires Don’t Practice “Free Trade”. Traduzione di Enrico Sanna.]

In un suo recente commento pubblicato su The Future of Freedom Foundation, Richard Ebeling elogia il “trionfo del libero commercio” nella Gran Bretagna del 19º secolo (James Mill, David Ricardo and the Triumph of Free Trade, 23 gennaio). Secondo Ebeling, l’élite politica britannica, sotto l’influenza di economisti liberali classici come Mill e Ricardo, capì che la politica mercantilista (“politica del rubamazzo”) era sempre sbagliata, e pertanto, agendo sulla scorta di questo senno acquisito, adottò una politica di libero commercio dando vita ad una “magnifica opulenza”.

Ma quando uno stato capitalista cambia politica, solitamente non lo fa perché si ravvede. È perché non funziona più quella politica che prima beneficiava la coalizione di potere delle classi economiche servite dallo stato, o perché cambia la composizione della classe di potere. La Gran Bretagna non abbandonò il mercantilismo perché finalmente vide la luce e capì che non dava più ricchezza. Chi comandava era interessato principalmente alla “prosperità” delle classi possidenti che controllavano lo stato; seguì una politica mercantilista soltanto finché servì quegli interessi, per poi abbandonarla quando non era più necessaria. All’élite politica britannica di epoca mercantilistica non importava un tubo di gran parte della popolazione. La Favola delle Api, di Mandeville, illustra uno dei temi principali del pensiero economico della classe di potere, secondo cui mantenendo i lavoratori in condizioni di povertà questi avrebbero lavorato quanto e per quanto tempo le classi possidenti avrebbero voluto. Ecco perché rubarono la terra ai lavoratori con la legge delle recinzioni: perché chi ha accesso autonomo a ciò che può garantire una vita dignitosa non si lascia sfruttare come una bestia.

Nell’Ottocento, la Gran Bretagna adottò il cosiddetto “libero commercio” prima di tutto perché era cambiata la composizione della coalizione che formava la classe di governo. Le Corn Laws servivano gli interessi agricoli capitalisti dell’oligarchia terriera Whig, che controllava il governo. Bloccavano l’importazione di granaglie a vantaggio dell’aristocrazia terriera, che così poteva imporre un prezzo monopolistico al grano che serviva a fare il pane del popolo. Con l’avanzamento della Rivoluzione Industriale, il capitalismo industriale divenne una parte sempre più importante della classe di potere, fino ad essere incorporata nello stato; il diritto di votare per la Camera dei Comuni fu allargato fino a comprendere i molitori di Manchester oltre alle élite terriere. Era nell’interesse di questi capitalisti industriali che il pane mangiato dai loro lavoratori fosse economico, perché così potevano pagarli meno.

Secondo, la Gran Bretagna abbandonò il mercantilismo perché aveva fatto il suo corso: non occorreva proseguire le guerre commerciali perché aveva già vinto. Grazie ad una serie di guerre mercantili, la flotta mercantile britannica aveva in gran parte soppiantato quelle olandese e francese, e controllava gran parte del traffico oceanico. Inoltre l’impero britannico aveva soppresso con la forza la concorrenza dell’industria tessile indiana, assumendo così il controllo di gran parte della produzione cotoniera mondiale.

Il dilemma “Politica del rubamazzo” o “libero commercio” fa pensare a gruppi di stati nazione che, secondo i casi, erigono barriere doganali o commerciano tra loro. Nella realtà, è impossibile per definizione che un impero pratichi il “libero commercio”. La Gran Bretagna forse abbassò i dazi rispetto ad altre potenze imperiali minori. Ma la sua politica economica rimase incentrata sull’impoverimento altrui, del sud del mondo incorporato a forza nel suo impero. Quando le nazioni capitaliste del nord del mondo ebbero spartito tra loro l’Africa e gran parte di ciò che restava, continuarono ad impoverire i popoli entro i loro rispettivi domini.

Quella politica che negli Stati Uniti era chiamata “libero mercato”, fu meglio definita da William Appleman Williams come “Impero dalle Porte Aperte”. L’America non voleva fermare lo sfruttamento delle colonie; voleva che potenze europee e Stati Uniti lavorassero assieme per sfruttare il resto del mondo. “Porte Aperte” in Cina significava proprio questo: invece di spartire la Cina come avevano fatto in Africa, le potenze capitaliste tutte assieme dovevano avere mano libera nell’estrarre le risorse e sfruttare la popolazione. È per questo che il Giappone si scagliò contro gli Stati Uniti quando questi occuparono prima la Manciuria e poi la Cina stessa: perché violavano il patto tra gentiluomini.

La vittoria dell’America durante la Seconda Guerra Mondiale, l’aver rimpiazzato la Gran Bretagna come forza egemone mondiale, significarono l’adozione dell’Impero dalle Porte Aperte come politica globale assicurata da istituzioni come Bretton Woods, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu e le Forze Armate americane. I vecchi imperi coloniali furono dissolti, ma le corporazioni occidentali continuarono a controllare i territori e le risorse che avevano saccheggiato, e con il neocolonialismo il capitale occidentale continuò ad estrarre ricchezza dal Terzo Mondo proprio come prima; e sostenuto dagli stessi eserciti occidentali quando serviva.

Quello che gli stati capitalisti chiamano “libero commercio” non è che mercantilismo ad un livello superiore.

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